GUERRA, PORNO-RAGAZZE E RELIGIONE ___ L’arte di Pisa 73


Pisa 73, una delle menti creative dei Ct ‘Ink, proviene dall’ambito del writing, e i suoi primissimi lavori di fine anni Novanta sono dei classici graffiti da canone hip-hop.
La ricerca svolta in seguito ha percorso strade imprevedibili, proponendo decontestualizzazioni perturbanti di immagini mediatiche, riflessioni sugli archetipi del femminino, giochetti dadaisti oscillanti fra l’ironia e il gusto del macabro, e rivisitazioni politiche dell’iconografia cristiana.

Il tutto spaziando in vari ambiti, dal terreno di provenienza della street art, alle gallerie, alla grafica su riviste, e usando come supporto di tutto, dal junk wood trovato nei cassonetti, ai cartoni, alle lastre di vetro, ai muri delle città.

Assieme ai Ct ‘Ink Pisa ha realizzato un paio di mascherine sul tema della guerra e del suo filtro mediatico. Una raffigura un soldato americano della divisione speciale dei “superhumans”, nella quale sono ammessi unicamente energumeni di minimo due metri d’altezza, che vengono addestrati ad uccidere, forniti di mascheroni antigas, armi sperimentali, divise corazzate high tech, e mandati qua e là a divulgare la democrazia. Pisa 73, Superhuman, 2002Un’altra mascherina raffigura un bambino afghano di un campo profughi mentre guarda in macchina con un cipiglio ineffabile. Pisa 73, Afghan Boy, 2003Solitamente questo tipo di apparizioni sono relegate all’interno dei film di sicurezza nazionale, sugli schermi televisivi del pietismo telegiornalistico, o su quelli dei computer connessi ad internet. Mai ci immagineremmo di vederli nel contesto en plein air delle nostre città. È proprio lì che i Ct ‘Ink li collocano, privandoli della rassicurante barriera dello schermo, mescolando le vittime e i carnefici della guerra con i loro abituali e lontanissimi spettatori.

Per quanto riguarda il lavoro solista di Pisa 73, un ambito di rappresentazione molto netto è quello delle armi, che vanno dal più volte ripreso Belton Tank, fino ai reiterati accostamenti Girls and Guns, dove porno-ragazze con hot pants e mammelle pneumatiche si allineano di fianco a bombe a mano e pistole. In Superbored Girl and Uzi abbiamo una fanciulla desnuda con codini e calzini bianchi che si spinge una mano in mezzo alle gambe, e l’onomatopea “argh” che campeggia dietro sembra suggerire un uso improprio dell’arma.

L’impiego delle porno-ragazze ha un esito forse meno scontato quando si associa alle sacre rappresentazioni. Nell’ I’m God del 2007, in un elegante abbinamento grafo-cromatico di rosso, grigio, nero e bianco avorio, vediamo un cristo inchiodato a una catasta di armi automatiche,  e la piccola Maddalena che gli si affianca è una ragazzina in divisa da collegiale, cioè la tenuta più richiesta per le prostitute giapponesi. Maria di Magdala si scopre il seno e punta il piede a terra, affettando una posa da lolita. Ma il suo volto rivolto verso il basso, se isolato dal contesto, potrebbe benissimo essere quello di una madonna misericordiosa da santino. La sua testa è coronata da un’aureola a forma ovoidale, la stessa che circonda la Venere di Botticelli, molte raffigurazioni mariane, e che ricorre da millenni nelle rappresentazioni della Grande Madre. L’amidala cristallizza simbolicamente il connubio santità/sessualità, che rimane rivoluzionario e destabilizzante perfino nell’odierna temperie di sclerosi edonista.
Ma l’esito più radicale delle ibridazioni fra religione, politica e questioni di genere viene raggiunto nell’I’m God del 2002, un trittico sul tema della crocifissione. Invece delle croci, abbiamo dei pali (nella crocifissione i supplizianti trovavano la morte “appesi ad un palo”), dai quali spuntano sagome di AK47. Due superhumans fanno la parte dei latrones –che storicamente erano dei proto-terroristi- mentre l’agnello sacrificale nonchè verbo fatto carne è una donna in atteggiamento da prostituta.


Pubblicato su Inside numero 17 e mezzo, primavera 2008 DOWNLOAD PDF ->


 

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