FREAKSHOW ___ L’arte di Stefano Lerose


Jolly Irene, 1920, donna-cannone


 Nel nostro contesto mediatico e sociale la figura femminile subisce un continuo processo di idealizzazione, di lavoro di lima contro gli inestetismi e di sublimazione del difetto individuale. Le donne di Stefano Lerose non hanno niente a che fare con quest’universo plastificato. Scaturiscono da regioni oscure dell’inconscio e si inseriscono nella tradizione cha ha informato tutta l’arte simbolista, quella degli idoli di perversità, passando attraverso le deformazioni impietose dell’Espressionismo, fino all’estetica dell’ibridazione con la sfera animale propria degli anni Novanta. Le donne di Lerose sono delle mutaforma, oggetti d’amore doppi e mutevoli, e la loro apparenza raramente coincide con quello che sono in realtà.


LE MUTANTI

Ci sono due nudi di ragazzine, una bionda e una mora, entrambe con pettinature composte da brave ragazze per bene, entrambe con particolari perturbanti che appartengono alla sfera del demoniaco.

La bionda, sotto al caschetto da ciellina, ha due pupille dilatate da uccello predatore, una posa sconnessa, una sproporzione inquietante fra la parte alta e la parte bassa del corpo, la carne del ventre incongruamente flaccida rispetto alla giovinezza del soggetto, e soprattutto un paio di canini affilati come rasoi, che la vampira ostenta, in un sorriso sfrontato e vizioso. L’emergere del lato diabolico si coniuga sempre alla profferta sessuale, che può essere il gesto esibizionista della bionda, che si scopre il pube, oppure lo sguardo di sottecchi e il sorriso concupiscente della mora, fra i cui capelli spuntano un paio di corna.

A livello compositivo la mora si frappone fra lo spettatore/autore, e un tavolo sghembo con sopra un foglio bianco e una matita, ovvero gli strumenti basali del mestiere del pittore. Figurativamente presenta delle deformazioni corporee di matrice espressionista, la mano in primo piano è enorme, quasi maschile, l’altra innervata e sensibilmente più piccola, le spalle sono storte, l’addome gonfio di carne.


LE FREAKS

Lo studio sulla difformità – una delle cifre stilistiche dell’opera di Stefano Lerose – passa attraverso la raffigurazione di donne obese, colte sempre nell’attimo dell’invito carnale. Il soggetto de Lo sguardo perduto è una donna avvolta da fasce di carne floscia, col seno a penzoloni, che si offre da dietro guardando dritto verso lo spettatore. I suoi lineamenti squadrati si smussano nel buio circostante. Il buio nasconde il volto della protagonista di un altro olio su tela, un’altra donna enorme con le gambe aperte e il colorito putrido, le cui carni hanno un’enfietà e un livore da cadavere. Il buio ancora una volta sfigura il viso del soggetto de L’attesa, una vecchia in bianco e nero con mammelle e corpo cadenti. La deformazione si acutizza ulteriormente in altri due nudi. Un Senza titolo da incubo, in cui una donna idrocefala con occhi a mandorla e seni perfetti spunta minacciosa dall’ombra. La donna timida mostra un’umanoide nuda con la testa deturpata da una focalizzazione a fish-eye, il cui busto, ventre e gabbia toracica sono scomposti in tre metameri verminosi. Il freak sorride, e nel frattempo dischiude una delle sue gambe rachitiche.

Josephene Myrtle Corbin, the Four-Legged Woman, 1818 Blanche Dumont Cherry Dollface. Shot in Portland or in 2008. PhotoTravis Haight


BEAUTIFUL ONES

Le raffigurazioni femminili più estetizzanti sono un nudo in posizione fetale, molto volumetrico, dalle linee nette e corpose. Questo nudo presenta un’eccedenza vistosa di pieghe di pelle sull’addome, ma sono pieghe carezzevoli, morbide, avvolgenti come un bozzolo.

Abbiamo poi un nudo sdraiato in mezzo a colate di colore rosso, con una massa di capelli ricci e le gambe sode e levigate. Questa purificazione figurativa della donna, che in quest’unico caso viene rappresentata “bella”, è contraddetta dal titolo dell’opera, L’inganno.


RITRATTI E CARICATURE

L’aberrazione di forme e proporzioni continua al di là dello studio sulla figura femminile, e trova il suo apice nella serie dei ritratti virati in rosso, i cui soggetti presentano masse ossee debordanti, distese di rughe, lineamenti che sono ferite. Dalla stessa matrice esce la serie dei rictus, altri ritratti in cui la crudeltà della caricatura emerge in sordina, nei lineamenti contratti dal sorriso, che evidenzia rughe, rigidità facciali, vacuità nello sguardo.


GLI OUTSIDER

Attraverso questi percorsi Stefano Lerose si inserisce nella tradizione della ritrattistica naif americana, che raffigura l’uomo comune senza abbellimenti, con in esposizione le vestigia corporali del dolore e della follia. I disegni soprattutto si livellano sulla bidimensionalità iconica, e ricordano l’arte degli assassini seriali, realizzata dentro ai carceri di massima sicurezza.

Tutta la serie degli outsider si muove lungo questo crinale. Abbiamo una gamma di personaggi marginali, reietti dalla società, soli ed infelici, come L’amico del pazzo, che si rulla una sigaretta con espressione avvilita. Ha scarpe a buon mercato, capelli da clown, e la fidata bottiglia che spunta da dietro. Stessa compagnia e stessa pettinatura per un altro beone dal ventre gonfio e l’incarnato giallo e cereo, che però guarda lo spettatore con un ghigno soddisfatto, perché quella è la sua Ora Felice.

Vediamo quindi come Lerose si distingua all’interno dell’iconosfera patinata della figurazione contemporanea, scegliendo come soggetti privilegiati donne disfatte, uomini perdenti, vecchi etilisti, tutto ciò che è brutto, emarginato, sgradevole, e che si pone fuori da quei canoni di giovinezza, successo, accettabilità sociale e felicità coatta che vengono imposti a tutti come ingiunzioni paradossali, come compiti imperativi ed impossibili.

Stefano Lerose rivela la bellezza sublime dei freak, ovvero quella bellezza che fa parte di ognuno di noi.


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