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IL MONDO NUOVO ___ L’Apocalisse visiva di Societas Raffaello Sanzio



Se al principio c’era il verbo,
alla fine ci saranno soltanto immagini.

Wim Wenders, Fino alla fine del mondo


Una luce color sabbia, innestata su una sonda meccanica. Un piccolo cono fioco e giallastro di luce, che percorre una voragine nera. Detriti. Ricordi di rumori di elicottero. Di tanto in tanto, bagliori di tuono illuminano una platea di poltrone sventrate, di cui rimangono a malapena le intelaiature.
Infine, ecco una persona. Oscilla, fasciata di strettissime vesti. Le sue ossa spingono fuori dal bacino, la cassa toracica sembra una gabbia in rilievo, e dietro si vede spuntare la forma zigrinata del coccige. Duecentosei ossicine.
Non avrebbe dovuto uccidere Giulio Cesare. Non avrebbe dovuto perdere la guerra.
Il suo cavallo ha dissipato tutta la carne e la potenza che lo rivestivano, fino a diventare una statua d’avorio. Ma lei non è un cavaliere.
È una ragazza che pesa trenta chili. Ceci n’est pas un acteur.


_ Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e gli inferi. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono, e quelle che accadranno dopo.


Apocalisse è un termine dal significato distorto. Sterminio, catastrofe, fine dei tempi sono solo il contenuto superficiale della visione. Il radicale greco di apocalisse significa rivelazione, apo-kalupto, scoprire ciò che era nascosto. La rivelazione avviene per immagini, attraverso i sensi, perché il suo contenuto è irripetibile. Le parole non possono bastare.

Una sagoma umana, rettangolare come una tavoletta antropomorfa paleolitica. Una figura ondeggiante, un vecchio avvolto di frange, come gli oracoli della Grecia pre-civile di Pier Paolo Pasolini. In mano sorregge un bastone, con un teschio bovino sulla sommità. Quando parla la sua voce è sonora, come fragore di grandi acque:

“Il logos è stato tradito! La costruzione è stata rasa al suolo, e il discorso è diventato un mucchio di polvere!”

Poi lo sciamano inizia a girare su se stesso, e tutti gli oggetti intorno si animano con lui, come sotto l’effetto di un poltergeist.

La produzione di Societas Raffaello Sanzio è caratterizzata da una visionarietà furibonda, da un’intima e profonda volontà apocalittica, intesa nel suo significato più intrinseco. Catalizzare visioni, al fine di rivelare qualcosa che è stato nascosto.
Immagini in diretta da un universo prelogico, in cui non valgono i principi di causa/effetto, individuazione, spazio e tempo. Come nei sogni, o nell’ultima percezione al momento della morte. Societas mette in scena un teatro di ombre ed archetipi, nel tentativo di trovare un nuovo linguaggio, un sistema di comunicazione simbolico, sinestetico e performativo. L’origine di questo linguaggio si perde nella notte dei tempi, quando arte, narrazione mediante ideogrammi viventi e ritualità religiosa formavano un continuum indistinto. Prima ancora della tragedia greca, basata sui poteri catartici (e manipolatori) della parola.


_ Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce al di fuori di chi la riceve.


 Cappellai matti albini, con museruole che impediscono di parlare, si schierano in un palco bianco assieme al principe dalla lingua tagliata. Lui si mette carponi. L’unica nota di colore è un piccolo alberello verde. Un cartello dietro, completamente bianco, come a dire che la verità, la differenza fra bene e male, è indicibile. Dopo questo emblema vivente, un’aberrazione. L’albero prende vita e, come animato da appetiti sessuali contro natura, crolla addosso al vampiro dalla lingua mozzata e lo possiede, mentre gli altri scandiscono il ritmo battendo le mani.

Societas Raffaello Sanzio LondonLo stupro continua in mezzo a rumori di guerra, spari e detonazioni. Quello che rimane è un corpo, dentro una pozza di sangue, e una bambina a cui infliggere la tortura della corda. Un finale che allude all’inizio, come un serpente che si morde la coda.societas giulio cesareAnoressiche, freaks, attori tracheotomizzati, obesi. Moltitudini striscianti che si tagliano la gola a vicenda senza morire mai, vecchi nudi, grigiastri e ossuti che escono fuori da bozzoli neri, bambini, donne, corpi brutalizzati, decollati, che si muovono in maniera spastica. Il corpo, nel teatro di Societas, non è mai autosufficiente. È sempre un corpo all’interno di un fondale, un contesto pauroso e meraviglioso, un “fuori”, che non è l’emanazione dell’interiorità dei personaggi intensa in senso romantico, ma l’interiorità stessa. I corpi si muovono all’interno della propria mente, e nei territori di confine dove la propria mente incontra quella dell’altro.

Le loro azioni parlano della violenza, della morte, del dolore, del mistero dell’uomo nel mondo. Raccontano di riti di passaggio e di creazione, di iniziazioni violente, di esperienze estreme. Di tutto ciò che concerne il superamento del limite.
Societas pone il sacrificio come vertice massimo della libertà.

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_ Chi è degno di aprire il libro e di scioglierne i sigilli?
Nessuno, né in cielo, né in terra, né sotto terra, era in grado di aprire il libro e di leggerlo.


 Romeo Castellucci, uno dei fondatori di Societas Raffaello Sanzio, ha sempre dichiarato il suo interesse per l’iconoclastia. A scapito delle apparenze, la nostra è una società fortemente iconoclasta, in cui la saturazione di immagini costituisce in realtà un loro azzeramento. La successione delle immagini è talmente veloce, che ogni immagine annienta la memoria di quella che l’ha preceduta, e viene cancellata da quella successiva. Iconoclastia e ipermorfismo, come tutti gli opposti, coincidono. Societas Raffaello Sanzio mette spesso in scena i dispositivi della visione, la platea divelta del Giulio Cesare, le poderose macchine sceniche settecentesche, le arcaiche apparecchiature cinematografiche di Tragedia Endogonidia, un cadaverico Andy Warhol, re del profondo dell’Inferno, che scatta polaroid agli spettatori. La diffusione delle immagini è una questione da sempre connessa con la religione, il potere, il controllo sociale del desiderio.

“Nel mio caso si tratta di aspettare e di evocare un’immagine. Non si può inventare un’immagine. Non si può essere inventori di nulla, ma aspettare, questo sì. Creare uno spazio, creare un varco ed essere una soglia perché questo avvenga.(…)
L’artista è una persona che lavora prima degli altri, ed è lo stesso lavoro che si fa sulle immagini: si tratta di acuire le immagini, di aspettarle. Non di inventarle. Anche lo spettatore aspetta le immagini, solo che allo spettatore capita di vederle in un tempo più preparato. Ecco, forse quello che l’artista fa è preparare il terreno. (…) tutti e due stanno davanti alla corrente delle immagini che passano, e si crea una sovrapposizione tra le due figure. E lo spettatore sicuramente è la figura più potente, più sconcertante, considerando la cosa da questo punto di vista.
Perché lo spettatore è in una condizione esistenziale di questa epoca: davanti a una rappresentazione preparata c’è il pensiero della propria condizione esistenziale, e quindi si realizza un momento della presa di coscienza di sé molto forte, che appartiene più allo spettatore che non all’artista. O meglio: l’artista ce l’ha in quanto spettatore.
Essere spettatori in questa epoca significa ripensare al linguaggio che si è perduto, per esempio, a una memoria che si è perduta e a una necessità di tornare a una lingua e a un tempo reinventati. E alla possibilità di un nuovo mondo.(…) ”

Nel teatro di Societas Raffaello Sanzio lo spettatore diviene mistico visionario, lo spettacolo diventa visione, e il rapporto fra spettatore e spettacolo è come la pergamena dietro al sigillo.


Note: riferimenti agli spettacoli di Societas Raffaello Sanzio Giulio Cesare, Tragedia Endogonidia 1 Cesena, Tragedia Endogonidia 9 London, Inferno, Genesi, citazioni da Apocalisse 1:18, 2:17, 5:2, 5:3, cut-up dall’intervista di Massimo Marino a Romeo Castellucci, pubblicata su Altre velocità.it.


Pubblicato sul numero 8 di Bang Art, settembre-novembre2010, numero tematico sull’ Apocalisse


 

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