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VERY FRIENDLY ___ EMATOLOGI, CANNIBALI, ASSASSINI SERIALI ED ALTRI DEMONI ILLUSTRI _ Parte II ___ Mostra personale di Ramona A. Stone per FestivalFilosofia 2014 [sulla Gloria]



THE DEXTER FILES

Esseri umani colti, eleganti, laureati con lode, edotti in filosofia, letterati, stimati da premi Nobel, carismatici e ben integrati in seno alla loro comunità, bravi a manipolare i media a loro favore quanto rockstar consumate, campagnoli hillbilly da manuale o nobili europei blasonati, simpatiche massaie, uomini affascinanti ed affabili coi turisti. Questi sono gli assassini protagonisti dell’indagine di Ramona A. Stone.   I criteri che hanno orientato la collezionista per scegliere i demoni illustri da mettere sotto vetrino sono molteplici.  Se volete recuperare le premesse teoriche del progetto andate a questo articolo.

Uno dei criteri orientativi riguarda la capacità (più o meno voluta) nel ritagliarsi un ruolo archetipico e distorto nell’universo della celebrità (Manson e Famiglia, Ed Gein, Gilles De Rais, Erzsebet Bathory, Charles Sobhraj, Jerry Brudos, John Wayne Gacy,) e le attitudini comunicative con i media o le forze dell’ordine, in particolare tramite la pratica della scrittura (Jack lo Squartatore, Albert Fish, David Berkowitz, Dennis Rader, Jack Unterweger.)

L’altro versante è inerente alla pericolosità data dall’essere invisibili, dal sembrare altro, quasi il proprio opposto, e quindi l’insospettabilità, il vivere nascosti, l’abilità a dissimulare, a risultare degni di fiducia, al di sopra di ogni sospetto, da cui il titolo della mostra Very Friendly (Ludwig, Charles Sobhraj, John Wayne Gacy, Ted Bundy, Ian Brady e Myra Hindley, Albert Fish, Ed Gein, Nannie Doss, Leonarda Cianciulli).

L’ultimo criterio riguarda il praticare la madre delle parafilie anti-civili, ovvero il cannibalismo, e ci consentirà di vedere il vero aspetto dei fratelli dell’affascinante dottor Lecter, che nell’universo della fiction ci piace tanto (Andrej Chikatilo, Leonarda Cianciulli, Jeffrey Dahmer, Albert Fish, e forse anche Ed Gein e Jack lo Squartatore).

L’installazione The Dexter Files cita la raccolta di vetrini del collezionista di sangue Dexter Morgan, ed è costituita da miniature su carta pergamenata in vetrino da orologio, in cui Ramona A. Stone illustra simbolicamente, in maniera allusiva, misteriosa, indiziaria, il modus operandi di vari serial killer. Per comprendere gli elementi dei vari emblemi, è necessario ripercorrere la strada che ha portato questi individui all’attenzione dei media. Tenebre eterne, valle d’abisso dolorosa, cieco mondo, loco d’ogni luce muto, nessuna locuzione infernale può preparare a quanto segue.



 


FROM HELL

Jack lo Squartatore contende a Charles Manson lo scettro dell’assassino seriale più conosciuto.

Jack operò in un contesto sociale orribile e soffocante, l’Inghilterra vittoriana. Era un’epoca in cui l’élite riteneva fosse normale, durante i salotti più formali, tirare fuori la propria siringa- firmata dall’orefice più costoso di Londra- e farsi in pubblico la morfina in vena, e che fosse altrettanto normale far indossare durante la notte cinture di castità con chiodi acuminati ai propri figli adolescenti, per evitare che avessero polluzioni involontarie.

La zona popolare di Whitechapel era simile ad una favela invasa dalla fuliggine e dal gelo, e pullulava di prostitute, donne la cui alternativa di vita era la morte per stenti oppure dei turni di dodici ore in fabbriche al cui confronto il Moloch di Metropolis sembra un termario. Nei salotti bene era considerato molto à la page dibattere di queste donne perdute, prova scientifica della degenerazione involutiva delle classi subalterne e della donna in particolare.  Non si è mai saputo chi fosse Jack the Ripper, ma tutto fa supporre che fosse un’habitué dei salotti di cui sopra. I testimoni che lo videro mentre fuggiva riferiscono che portava un cappello alla Sherlock Holmes ed una valigetta nera. Uccise cinque prostitute nell’autunno del 1888. Le sgozzava da destra a sinistra, e poi le sottoponeva a spaventose mutilazioni rituali. Incideva gli intestini nelle inserzioni mesenteriche e li lasciava penzolare sopra una spalla, asportava gli uteri, i nasi, i seni, i fegati, scuoiava fronti e cosce, strappava via palpebre. Innumerevoli lettere arrivarono al Dipartimento di Polizia londinese nell’autunno del 1888, e per la maggior parte ad opera di mitomani disturbati, ma tre sono ritenute autentiche, e in una di queste, accompagnata da un pezzo di rene umano, Jack sostiene di aver mangiato il resto dell’organo, dopo averlo fritto, e di aver trovato il suo sapore “very nice”.

Le fotografie dell’ultima vittima, Mary Jane Kelly, su cui l’assassino potè infierire indisturbato dal momento che la aggredì nella sua stanza e non per strada, mostrano un corpo irriconoscibile, con gambe divelte come quelle di un rospo, gli organi interni accumulati sul comodino di fianco al letto, gli intestini avviluppati intorno agli arti, i lineamenti del volto completamente cancellati da quella che sembra la furia di un grosso rapace dal becco acuminato.

Su Jack lo Squartatore sono state fatte innumerevoli ipotesi, che lo collegano alla casata reale, agli ambienti artistici, o a una serie di criminali violenti da brivido che operavano all’epoca nella zona di Londra.  Fra le opere che gli sono state dedicate, ricordiamo i film espressionisti Il gabinetto delle figure di cera e Lulù, Il Vaso di Pandora, con Louise Brooks, nonchè, più recentemente, From Hell con Johnny Depp, che prende il titolo dall’incipit di una famosa lettera attribuita allo Squartatore, e che salva Mary Jane Kelly, facendola tornare nella sua verde Irlanda di cui amava cantare le canzoni, mentre un’altra prostituta dai capelli rossi viene scambiata per lei e uccisa al suo posto.Ramona A. Stone, The Dexter files_ Jack lo Squartatore


LO STIMATO SCRITTORE

Come Charles Manson, Jack Unterweger era figlio di una prostituta e dedito fin dalla giovinezza allo sfruttamento della prostituzione. Come Manson era semi-analfabeta. Solo in prigione, dopo aver ucciso la sua prima vittima, Unterweger iniziò a dedicarsi alla lettura. Scrisse poesie, drammi teatrali, un diario che divenne un libro di successo e poi un film, alla cui realizzazione Unterweger collaborò dal carcere. La comunità letteraria austriaca, tra cui la premio Nobel Elfriede Jelinek (autrice del disturbante La pianista),  si adoperò per farlo rilasciare. Una volta fuori, Unterwger partecipò con successo a vari talk show televisivi e ricevette un sussidio statale per continuare a scrivere. Dopodichè uccise un’altra decina di prostitute, sempre con lo stesso rituale. Le portava in un bosco, le faceva spogliare di tutto tranne che dei gioielli, le strangolava con la biancheria, e le ricopriva parzialmente di foglie. Dopo una fase iniziale di straordinaria incapacità da parte delle forze dell’ordine, i sospetti conversero su di lui, ma Unterweger si servì nuovamente del suo carisma mediatico, scrivendo articoli per giornali in cui intervistava prostitute e collaborava attivamente alle indagini del caso. Lo fece talmente bene che i suoi superiori gli proposero di trasferirsi a Los Angeles per scrivere un reportage sulla prostituzione, sulle differenze fra l’underworld austriaco e quello americano. Jack accettò con entusiasmo, e ricominciò a dedicarsi ai suoi passatempi preferiti anche oltreoceano. Poi, finalmente preso, si impiccò, facendo il nodo che era stato riconosciuto come sua firma.Ramona A. Stone, The Dexter files_ Jack Unterweger


IL FOTOGRAFO FETISH

Jerry Brudos era un feticista ossessionato dalla biancheria intima, dalle calzature e dai piedi femminili. Trovò le prime scarpe col tacco a cinque anni, dentro ad un pattumiera. Inizialmente rubava la biancheria, poi minacciò alcune ragazzine sue coetanee per averla. Per procurarsi i suoi feticci, si risolse ad aggredire, tramortire e derubare donne che vedeva per strada. Arrivò infine all’omicidio e alla necrofilia, conseguenza estrema del feticismo, che è mania per la parte, quindi per il pezzo, per il frammento, e i frammenti di corpo possono appartenere solo ad un corpo morto. Brudos appendeva le sue vittime al soffitto con dei ganci, vestendole come bambole. A volte faceva muovere i loro cadaveri usando la corrente elettrica. Inoltre, tagliava i seni delle sue vittime, ma solo nel caso che avessero capezzoli scuri e non rosati. Conservò anche un piede. Brudos amava indossare i vestiti delle sue vittime per fotografarle post-mortem scimmiottando movenze femminili, e una volta si travestì da donna per rapire una ragazza. Il gruppo grindcore Macabre gli ha dedicato la canzone Fatal Foot Fetish. Nel vetrino a lui dedicato, Ramona A. Stone mostra piedi e scarpe femminili accatastati in disordine, come cose senza valore trovate nella spazzatura.


 LA SUPERSTAR DEL CINEMA HORROR

Fra i feticisti amanti delle sospensioni possiamo annoverare anche Ed Gein, per quanto Gein, rispetto a Brudos, sia decisamente di un livello ulteriore. Ed Gein è uno degli assassini seriali che più si sono imposti nell’immaginario collettivo.  A vederlo, sembrava il tipico americano di campagna, con il cappello a visiera, la camicia a scacchi, la casa con la veranda porticata. Tutti i suoi vicini di casa lo reputavano una persona normalissima, tanto che spesso faceva da babysitter per i loro bambini. Operò in un periodo storico in cui il termine serial killer non era ancora stato coniato, ovvero nell’America perbenista degli anni Cinquanta, quella della crescita infinita, delle famiglie perfette e degli elettrodomestici cromati. Ed Gein, come Charles Manson nell’epoca hippie della pace e dell’amore, ha mostrato che cosa può esserci sotto la superficie della favola. Come affermò un suo biografo, Edward crebbe nell’ambiente familiare ideale per sviluppare la schizofrenia, con una madre simile a quella della Carrie del primo romanzo di Stephen King, tirannica e persa nel delirio religioso, che lo isolò da ogni contatto con i suoi coetanei, lo sottopose a sessioni quotidiane di ore dei versetti più sanguinari della Bibbia, e represse suo ogni istinto sessuale sano, costringendolo a fare bagni bollenti dopo averlo sorpreso a masturbarsi da piccolo.

Le sue vittime furono relativamente poche, ma quello che ha consacrato Gein ad un’infamia imperitura fu ciò che la polizia trovò nella sua casa. Dopo la morte della madre, Gein aveva sigillato e tenuto in perfetto ordine la stanza che le era appartenuta, stipando il resto dell’abitazione con rifiuti in vari stati di putrefazione, e con manufatti che superano l’immaginazione del più morboso sceneggiatore di film horror. Barattoli con peni e vagine sotto formalina, ciotole fatte con crani umani, tamburi, rivestimenti di sedie, paralumi e vestiti di pelle umana, cinture di capezzoli, collane di labbra, gilet di seni e vagine, scatole piene di dita, tibie usate per supportare tavolini da caffè.

Dopo la morte della madre, Ed Gein aveva preso a profanare tombe, preferibilmente di donne anziane, e in questo modo si procurava i materiali per la sua oggettistica. Avrebbe voluto riesumare il cadavere della madre, ma non ci riuscì a causa di una lastra di cemento posta sopra la   bara. Con le vesti di brandelli umani, Ed Gein era solito uscire nel cortile di casa nelle notti di luna piena, e danzare, come rituale propiziatorio per trasformarsi. In donna, possibilmente in sua madre.

A lui e alle sue aberrazioni tassidermiche si è ispirato Hitchcock per il protagonista di Psycho, Thomas Harris per Jamie Gumb, il Buffalo Bill de Il Silenzio degli Innocenti, e lo sceneggiatore di Non Aprite quella Porta per il personaggio di Leatherface.

Il Dexter File di Ed Gein rappresenta i suoi guanti di pelle umana, una longa manus femminile che riemerge dalla terra, ovvero la madre che torna dal mondo dei morti, e un corno di cervo. Quando i poliziotti irruppero nella casa di Gein, videro un corpo acefalo, eviscerato ed appeso a testa in giù, pensando che, data la stagione, fosse quello di un cervo. Invece era Bernice Worden. Quando Edward dichiarò durante il processo di non aver mai ucciso un cervo, i suoi vicini di casa inorridirono perché era sua abitudine offrire a tutti squisiti manicaretti di carne di cervo, da lui ucciso e cucinato.


110 E LODE

“Ludwig. La nostra fede è nazismo. La nostra giustizia è morte. La nostra democrazia è sterminio”

E’ il 1977. Marco Furlan e Wolfgang Abel sono due bei ragazzi di buona famiglia, i loro padri sono rispettivamente il primario al Centro Grandi Ustionati di Verona ed un potente avvocato, consigliere delegato di un’importante compagnia di assicurazioni tedesca. Furlan è laureando in fisica ed Abel, oltre ad essere laureato in matematica con 110 e lode, è un appassionato di filosofia. Ad un certo punto i due amici si mettono ad ammazzare senzatetto, zingari, tossicodipendenti, omosessuali, frati colpevoli di diffondere una falsa religione, vecchie prostitute, quella che secondo la loro ideologia è feccia di cui fare pulizia, rivendicando i delitti con deliranti proclami nazisti scritti a caratteri spigolosi.

Ammazzano per sette anni, ad accettate, coltellate, martellate, o bruciando vive le loro vittime. Una svastica infuocata è l’emblema assegnato loro da Ramona A. Stone. Danno fuoco a cinema a luci rosse, ritrovi di tossicodipendenti e discoteche, finchè non vengono colti sul fatto. Nel 2010 Furlan viene rimesso a piede libero per decorrenza dei tempi di carcerazione, ed ora anche Abel lo è. Quindi studiatevi le loro fisionomie, accuratamente. Oppure occhio a tutti quelli che sembrano distinti signori pieni di soldi.Ramona A. Stone, The Dexter files_  Ludwig, 2014

 


IL FANTASTICO VICINO DI CASA E LA SUA CARRIERA DA ARTISTA

John Wayne Gacy era solito fare animazione alle feste e nelle corsie dei bambini ammalati travestito da clown. Il suo clown si chiamava Pogo e, poco dopo che le sue gesta vennero alla luce, Stephen King pubblicò il suo capolavoro IT.Gacy era un venditore capace di vendere qualsiasi cosa a chiunque, un businessman molto carismatico e stimato. Aveva la rara dote di piacere a tutti quelli che lo conoscevano. Faceva volontariato presso molte associazioni cattoliche, e lavorava fino a quattordici ore al giorno, tanto che una volta gli venne un esaurimento nervoso per lo stress. Si sposò due volte, e i suoi vicini di casa adoravano presenziare ai suoi barbecue, nonostante la puzza che aleggiava nella sua abitazione, che Gacy attribuì per anni al problema tipicamente americano delle muffe negli interstizi. Nonostante la puzza, moltissimi vicini di casa ed amici andavano alle sue feste, una volta addirittura cento persone. Come Ted Bundy, anche John Wayne Gacy entrò in politica, nelle file dei Democratici. A parte tutto questo, stuprò, torturò e uccise una trentina di ragazzi adolescenti. Seppelliva le sue vittime sotto la sua casa. Una fu trovata sotto al salotto, dove intratteneva amabilmente gli amici, sempre con il sorriso in faccia.

Dietro alle sbarre, Gacy ha intrapreso la carriera di pittore, e i suoi sorridenti clown sono quotati sui diecimila dollari. Uno dei pochi visitatori con cui John Wayne Gacy interloquì durante la sua prigionia fu il cantante punk coprofilo GG Allin. Nel suo Dexter File le larve della putrefazione della sua vita nascosta hanno invaso la maschera sorridente di Pogo.


L’UOMO AL CUI FASCINO E’ IMPOSSIBILE RESISTERE

Come Gacy, Theodore Bundy era perfettamente inserito nella società. Militò nelle file dei Repubblicani, era popolare a scuola, con ottimi voti, affascinante, intelligente, di bell’aspetto. Prese una medaglia al valore civile per aver salvato un bambino dall’annegamento. Aveva una fidanzata fissa e una migliore amica, Ann Rule, che quando tutto finì scrisse il libro Un Estraneo al Mio Fianco. La sua intelligenza lo portò ad eludere le forze dell’ordine per anni, ad evadere di prigione due volte, a difendersi in tribunale senza l’intermediazione di un avvocato, a procrastinare l’esecuzione capitale offrendosi di aiutare la polizia a prendere il serial killer di Green River. Il suo Mister Hyde uccise una trentina (o una cinquantina, o un centinaio, a seconda delle stime) di donne, preferibilmente studentesse, bastonando, strangolando, brutalizzando, esponendo i loro cadaveri nei modi più umilianti. La maggior parte di loro assomigliava a Stephanie Brooks, una ragazza di cui Bundy fu innamorato, che lo respinse giudicandolo inferiore alle sue aspettative, e di cui riuscì a vendicarsi, facendola innamorare e trattandola allo stesso modo. Ted Bundy tornava sui luoghi in cui aveva abbandonato i cadaveri delle vittime per dedicarsi alla necrofilia finchè la putrefazione non lo rendeva impossibile, ed era solito decapitare i corpi, per tenersi le teste come souvenir. Il suo maggiolino bianco, a cui aveva tolto la maniglia interna dalla parte del passeggero, diventerà un’icona di morte, e un simbolo del fascino e dell’astuzia dell’assassino, che convinceva le ragazze a salirvi simulando arti rotti e problemi di deambulazione. La cantante Blondie ha affermato che una volta Bundy avrebbe cercato di adescarla.Chris Stein, Blondie, 1982La macchina di Bundy è stata comprata all’asta dal cantante dei Korn, Jonathan Davis. Bundy viene citato da diciassette scrittori nei loro romanzi, fra cui ricordiamo Stephen King, Patricia Cornwell, Niccolò Ammaniti e Bret Easton Ellis. I serial televisivi che gli hanno tributato delle menzioni non si contano, da Criminal Minds, fino a Lie to me, ma anche Dawson Creek, Doctor House, Grey’s Anatomy, Happy Town, OZ, Dollhouse e South Park.


LO SCRITTORE E I SUOI DEMONI

Da bambino David Berkowitz aveva crisi distruttive in cui demoliva tutto quello che gli capitava sotto mano. Quando la madre adottiva morì di un cancro al seno, David iniziò a pensare che Dio avesse avviato un processo per annientarlo. Nell’esercito diventò un tiratore scelto. Frequentò giovani interessati all’occultismo, guardò film horror a sfondo satanico, lesse la bibbia nera di Anton LaVey ed iniziò a credere di essere perseguitato dai demoni. Interpretava gli ululati del cane dei vicini come i messaggi del demone Sam, che lo spronava all’assassinio.

Uccise il cane, ma non servì, perché iniziò a sentirne un altro, un labrador nero di nome Harvey. Berkowitz aveva delle allucinazioni in cui vedeva Harvey che gli parlava, spingendolo ad ammazzare le sue vittime. Tentò di ucciderlo con una molotov, poi sparandogli, ma il veterinario lo salvò. Il demone Sam aveva vinto. Prima di iniziare ad uccidere, Berkowitz ebbe una fulgida carriera da incendiario, appiccando quasi millecinquecento incendi. Il tratto più pauroso di David Berkowitz è l’associazione fra la sua mania omicida e l’attività della scrittura, che ci offre una finestra da cui guardare dentro la sua mente. Una delle prime testimonianze compare sui muri del suo appartamento in un mese in cui si barricò in casa, prima di iniziare la mattanza. “In questo buco vive The Wicked King. Uccidere per il mio maestro. Io trasformo i bambini in assassini.” Poi iniziò a scrivere alla squadra Omega, l’imponente task-force di polizia che lavorava al suo caso. “Amo cacciare. Aggirarmi per le strade cercando un bel gioco, carne da assaggiare. (…) Io sono il “figlio di Sam”. Io sono un piccolo monello. Quando padre Sam beve, diventa meschino. Picchia la sua famiglia. Qualche volta mi costringe ad andare fino al retro della casa. Altre volte mi chiude nel garage. Sam ama bere sangue. “Vai fuori e uccidi” comanda padre Sam. Dietro casa nostra qualcosa resta. Per lo più giovani – violentati e massacrati – il loro sangue ormai colato – adesso sono ossa. Papa Sam mi chiude in soffitta talvolta. Io non posso uscire ma posso guardare fuori e vedere il mondo scorrermi davanti. (…) Ciao dal rigagnolo di N.Y.C, che è alimentato da escrementi di cane, vomito, vino stagnante, urina e sangue. Ciao dalle fogne di N.Y.C, che ingoiano queste bontà quando sono lavate dai camion dei netturbini. Ciao dalle fessure nelle strade di N.Y.C. e dalle formiche che scendono in queste buche e mangiano il sangue dei morti nascosti in queste fessure…” Spike Lee ha preso spunto dalla sua vicenda per il bellissimo film Summer Of Sam, in cui l’operato di Berkowitz si intreccia con le vicissitudini di due amici, le cui strade divergono quando uno inizia a frequentare lo Studio 54 e l’altro il CBGB.

Ramona A. Stone, The Dexter files_ David Berkovitz


 IL CLIENTE

Quando la polizia fece irruzione nell’appartamento di Gianfranco Stevanin, vi trovò l’armamentario completo del maniaco sessuale erotomane. Vibratori, gag-ball, corde per bondage, buste di plastica contenenti peli pubici, biancheria intima femminile, armi bianche di ogni tipo, cutter, rasoi, coltelli a serramanico, guanti di lattice, clisteri, strumenti ginecologici, creme depilatorie, nonché gli effetti personali di due prostitute scomparse. Nel 1996, su un terreno di proprietà degli Stevanin venne trovata una gabbia toracica umana, che Ramona A. Stone riproduce nel suo vetrino. In riferimento a quell’omicidio, il mostro di Terrazzo, di solito freddo e sicuro, rese delle dichiarazioni confuse, come se stesse raccontando un sogno. Disse di aver smembrato la donna, ma negò di averla uccisa. Secondo Stevanin era morta naturalmente, durante il rapporto sessuale. Rispetto ad altri resti, i coroner riferiscono di “terribili lesioni”, dall’incerta collocazione pre o post-mortem: utero asportato, osso iliaco forato da parte a parte da un punteruolo di ferro.La figura di Stevanin ci squarcia il velame su un mondo che preferiamo solitamente ignorare, mostrandoci come può essere un cliente abituale delle donne che fanno il mestiere di prostitute. Come Brudos, anche Stevanin era un appassionato di fotografia. Nel suo archivio ci sono foto di molte donne, alcune gravemente mutilate. Ci sono le foto delle sue vittime, anche quelle i cui corpi non sono mai state trovati. Stevanin raccontò di avere redatto delle tabelle riguardanti parecchie donne che conosceva, in cui annotava la loro altezza, il loro peso, le loro misure, le loro attitudini, i modi in cui avrebbero potuto essere fotografate, e, nel caso fosse avvenuto, il resoconto dell’incontro sessuale. Una misura entomologica, da ricercatore che studia e compara i suoi insetti.


 PARENTI SERPENTI

Come John Wayne Gacy solitamente, e David Berkowitz al momento dell’arresto, anche Nannie Doss era solita abusare del sorriso, tanto da meritarsi il soprannome The Giggling Granny, la nonnina ridacchiante, per il ghigno caustico che sfoggia in tutti i suoi ritratti fotografici. Nannie rappresenta il superamento dei limiti di sangue, perché non fece vittime che non facessero parte della sua famiglia.  Sceglieva i suoi malcapitati mariti fra gli annunci per cuori solitari.I primi che uccise furono due dei quattro figli del primo matrimonio, perché era stanca di allevarli senza il supporto del padre. Poi la suocera, che si intrometteva troppo nel suo matrimonio. Uccise la figlia neonata della sua primogenita Melvina, che aveva assistito nel parto, infilandole uno spillone nella fontanella. Poi uccise anche l’altro bambino di Melvina, che aveva due anni. Toccò quindi al secondo marito alcolista, a cui Nannie corresse la bottiglia di Jack con il veleno per topi, durante i festeggiamenti per la vittoria dell’America nella Seconda Guerra Mondiale. Terzo marito, stesso metodo. La terza suocera, che reclamava la sua parte di eredità. Poi Nannie avvelenò ed uccise la propria sorella, e non mancò di accudirla durante l’agonia provocata dai cristalli di arsenico. La madre di Nannie invece, appena rimasta vedova, fece l’errore di trasferirsi a casa sua senza essere invitata, e non tardò a fare la fine degli altri. Il quarto marito inizialmente la reputava una donna dolce e meravigliosa, poi smise di farle regali e si andò ad aggiungere alla lista. Il quinto marito fu avvelenato con una torta di prugne e un arrosto pieno di arsenico, perché non amava la televisione, di cui invece Nannie era patita. Il cristallo d’arsenico e lo spillone sono gli emblemi del vetrino di Nannie Doss, assieme alla sua dentiera digrignante, che sottolinea la falsità dei componenti e delle intenzioni del suo sorriso.


 IL MUTAFORMA


La vicenda di Charles Sobhraj prende forma nei Dexter Files nelle figure del serpente che cambia pelle. Sobhraj era un abile mutaforma, che faceva credere alle sue vittime hippie di essere tutto quello di cui loro fossero alla ricerca, una guida turistica, uno spacciatore, un distinto uomo d’affari. Sohbraj aveva creato una sorta di comune hippie in terra orientale per turisti in cerca di se stessi, che cercando il proprio io più autentico trovavano la morte. Perché quello che Charles voleva era far pulizia, uccidere i fricchettoni. Sobhraj avvelenava le sue vittime come un serpente, con sostanze che causavano dissenteria, e le strangolava come un constrictor approfittando della loro debolezza.  Le ragazze venivano drogate e strangolate con i loro bikini. Lettore di Nietzsche, Sobhraj dichiarò che la fede buddhista gli aveva donato uno spirito calmo e lucido, e definì l’assassino come un individuo “con sensibilità ed emozioni talmente estreme da non poterle controllare. Oppure una persona che non ha né sensibilità né emozioni”.  Genio dell’evasione, Charles Sobhraj riuscì a scappare più volte di prigione e ad eludere la pena di morte in Tailandia, rientrare a Parigi, e fare una valanga di soldi concedendo interviste ai media.


 IL LICANTROPO

Una falce e martello, aghi di pino, una mano infantile con vene esposte. Andrej Chikatilo era un cittadino sovietico, e secondo le forze dell’ordine in U.R.S.S. non esistevano assassini seriali, frutto esclusivo della degenerazione occidentale.  Sua madre da piccolo gli raccontò di episodi di cannibalismo occorsi in Ucraina durante la grande carestia degli anni Trenta, e durante la Seconda Guerra Mondiale Andrej vide molti cadaveri mutilati per strada.

Fin da adolescente conosceva perfettamente la dottrina comunista, si laureò in Lingua e Letteratura Russa, ma venne sistematicamente emarginato e deriso in tutti gli ambienti sociali che frequentava, per la sua estrema timidezza. Il copione si ripetè a scuola, a militare, al lavoro. Ma, nonostante tutto, Chikatilo non fu mai disoccupato, ebbe una moglie, un paio di figli, una posizione nel partito comunista locale. Quando lavorava come insegnante, scriveva articoli per giornali locali su questioni inerenti l’etica e la moralità.  La sua prima vittima fu una bambina di nove anni, e anche in seguito si orientò su vittime molto giovani.

Le ammazzava nel bosco come un lupo, e le sue coltellate erano così violente da lesionare le ossa. Come un licantropo ne mangiava pezzi, beveva il loro sangue, cavava gli occhi e i genitali. Chikatilo era miope ed impotente, ed era convinto che i suoi occhi e i suoi organi sessuali gli fossero stati rubati dai contadini del suo villaggio quando era piccolo. Prima di essere giustiziato con un colpo alla nuca, cantò l’Internazionale. Gli sono stati dedicati svariati film, fra cui Evilenko, in è interpretato da Malcolm Mcdowell, l’Alex di Arancia Meccanica che amava l’ultra-violenza.


 IL VAMPIRO

Nel Dexter File dedicato a Peter Kurten c’è un volto infantile, una mano maschile e delle cellule ematiche. Kurten operò a Dusseldorf, nella Germania degli anni Venti che si stava preparando all’avvento di Hitler. All’apparenza era un uomo rispettabile e vestito di tutto punto. Uccise la sua prima vittima quand’era ancora un bambino, a nove anni, affogandola nel fiume. Prima di uccidere il suo coetaneo, Kurten aveva già all’attivo vari stupri ed uccisioni di animali.

Da adulto, aggredì decine di persone a martellate, coltellate, tentando di soffocarle, e ne uccise dodici. Il suo metodo era terribilmente brutale e si rivolse a uomini, donne, bambini. Peter Kurten venne soprannominato il vampiro di Dusserdolf perché beveva il sangue delle sue vittime per raggiungere l’appagamento sessuale. Nei suoi ultimi due anni instaurò un vero e proprio regno del terrore in questa città, con diciassette incendi dolosi e quattro tentativi di strangolamento. Poi cambiò metodo, passando alle coltellate, alle martellate, con assalti lampo a passanti, seguiti da gragnuole di colpi, e allo stupro e all’omicidio di bambini.  Undici delle sue vittime, nonostante la furia delle aggressioni, sopravvissero, altri otto, fra cui quattro bambine, morirono.

Alla vicenda di Peter Kurten si è ispirato Fritz Lang per il film M, con Peter Lorre nei panni del protagonista. Come aveva convinto la moglie a sposarlo, minacciandola di morte, così la convinse anche a denunciarlo, finendo decapitato. Kurten dichiarò che il brivido sessuale più intenso della sua vita l’avrebbe provato sentendo il proprio sangue sprizzare fuori dalla sua testa tagliata.

 Ramona A. Stone, The Dexter files_Peter Kurten


 BARBABLU’

Gilles De Rais, maresciallo francese della Guerra dei Cent’anni e soldato al seguito di Giovanna D’Arco, era l’uomo più ricco di Francia.

Amava il teatro e i codici miniati. Dopo aver dilapidato la sua fortuna, si rivolse ad un monaco spretato toscano, Francesco Prelati, esperto in occultismo e magia nera, per cercare di evocare i demoni e riavere indietro la sua fortuna. Imparò a torturare durante la guerra, sotto la guida del nonno Jean de Craon. Assieme ad oggetti d’arte e reliquiari, Gilles De Rais collezionava crocifissi antichi, perché era fissato con la religione e con le messe cantate dalle voci bianche. Il crocefisso è rappresentato nel suo vetrino, assieme ad un guanto, oggetto centrale nella cerimonia dell’investitura, simbolo di autorità, della fiducia accordata e del diritto di esercitare il pieno potere. Un altro elemento del suo vetrino è costituito dalle mani dei suoi complici, che facevano il lavoro più sporco, il monaco aretino e il bellissimo adolescente Poitou, risparmiato e trasformato da vittima a carnefice proprio grazie alla sua avvenenza. Durante le sue orge negromantiche, Gilles De Rais stuprò, torturò ed uccise fra i centoquaranta e gli duecento bambini. A questo scopo si era fatto forgiare una daga particolare, robusta e corta, adatta per tagliare le gole delle sue piccole prede. A lui si ispirò Charles Perrault per creare l’archetipo fiabesco di Barbablù. Come Charles Manson ed Ed Gein, Gilles De Rais rappresenta il demone di un’epoca, incarnando l’eccedenza mostruosa, lo spreco di una casta parassitaria che non si accontenta della propria ricchezza, delle proprie collezioni di oggetti di lusso, del proprio cibo, delle proprie vesti, delle proprie dimore sontuose, della propria vita privilegiata, ma vuole il sangue, il terrore e la vita dei figli della classe sociale che la mantiene.


LA REGINA DEI VAMPIRI

Altro demone epocale, più illustre e dalla maggiore potenza iconica, è Erszebet Bathory. Lo stemma della sua casata si fregiava dello stesso simbolo dell’Ordo Draconis, l’Ordine del Drago, di cui avevano fatto parte anche Vlad Dracul e Vlad Tepes l’Impalatore. Nella sua stirpe non mancavano le patologie neurologiche, come l’epilessia e la schizofrenia. I Bathory inoltre amavano applicare la giustizia tramite punizioni esemplari, come tagli di massa di nasi e orecchie per punire rivolte di contadini. A sei anni, durante un banchetto, Erzsebet assistette all’esecuzione di uno zingaro che aveva venduto i propri figli ai turchi, acerrimi nemici degli ungheresi. Venne cucito dentro alla carcassa di un cavallo, con la testa fuori, per essere mangiato vivo dalle larve della putrefazione. Il marito di Erszebet, Ferencz Nadasdy ne raffinò la depravazione, insegnandole ad infierire sui servi con torture. La zia Karla la fece scoprire le delizie di orge lesbiche a base di sadismo e flagellazioni. Come molti nobili annoiati, in un’epoca in cui l’ortodossia cristiana era un must sociale, Erszebet iniziò a praticare la magia nera, come forma di trasgressione, sotto la guida della strega Darvulia. Dai venticinque anni cominciò ad uccidere, e finora nessun assassino seriale è riuscito a battere i suoi numeri. Erzsebet Bathory uccise più di seicento ragazze. Le legava ricoperte di miele di fianco agli alveari, per farle mangiare dalle api, applicando la prima tortura che le aveva insegnato il marito durante il suo apprendistato. Le trasformava in statue di ghiaccio con cui adornare il cortile del suo castello, tramite stillicidi d’acqua gelida sul corpo nudo durante le notti invernali.

Usava tutto ciò che taglia e buca, e si racconta che una volta aprì la bocca di una sua vittima con tale violenza da disarticolarle le mandibole e da squartarle le guance. Questa tortura venne inflitta anche ad Elizabeth Short, la Dalia Nera, un’aspirante diva che negli anni Quaranta venne trovata segata in due in un’aiuola ad Hollywood. Proprio una dalia viene scelta da Ramona A. Stone per rappresentare le vittime della contessa di Csejthe: fiore emblema della precarietà, attaccato da un’ape, simbolo in questo caso del male, dell’iniziazione alla tortura, della regalità come superiorità di casta, e della pericolosità data dal pungiglione. Come Gilles De Rais uccideva con lo scopo delirante di mantenere l’attributo di genere fondamentale della sua casta, ovvero la ricchezza, così faceva Erszebet Bathory, finalizzando il suo sadismo e le sue pratiche di magia nera alla conservazione della propria bellezza, grazie alle leggendarie abluzioni nel sangue di vergine. La Bathory è stata interpretata da Paloma Picasso ne I Racconti Immorali di Borowczyk, viene citata da Chuck Palahniuk in Dannazione, ed è un’icona assoluta per la scena black metal, tanto che uno dei gruppi fondatori del genere prende il nome da lei e i Cradle of Filth le hanno dedicato un intero album, Cruelty and the Beast. Ricordiamo anche lo splendido fumetto La Contessa Rossa, disegnato dal maestro dell’eros Georges Pichard.


IL POVERO HONTADINO

La magia nera, il sacrificio umano come svago per un’aristocrazia troppo ricca e disperata non è un esclusivo vestigio di un passato post-medievale, e la vicenda del mostro di Firenze sembra andare proprio a conferma di quest’ipotesi. Corpi con organi sessuali rimossi con una perfezione chirurgica poco si adattano alla figura del grottesco e brutale contadino Pietro Pacciani. Le indagini sugli omicidi del mostro di Firenze sono caratterizzate da una complessità estrema. Per rendere la confusione di questa vicenda, nel relativo Dexter File, Ramona A. Stone colloca un tralcio di vite, arma impropria con la quale, dopo novantasei coltellate, l’assassino infierì sulla seconda vittima, la diciottenne Stefania Pettini. Il tralcio di vite potrebbe indicare Pacciani come mostro, per il suo alcolismo e per il suo mestiere di agricoltore, ma potrebbe rimandare anche a significati occulti/orgiastici, suggeriti anche dall’uccisione delle vittime durante l’atto sessuale e la scelta del timing nelle notti di novilunio. La piramide tronca allude quindi ai possibili mandanti, o agli assassini nascosti dietro al capro espiatorio, membri un’élite massonica-satanista. Tutte le ragazze, poco prima di morire, avevano accennato a qualcuno di essere pedinate, o osservate nei loro posti di lavoro da persone inquietanti. Un testimone afferma di aver visto una delle vittime scrutata da un individuo alto, distinto, con i capelli rossi, in giacca e cravatta. Più volte le tombe delle vittime sono state danneggiate. Pietro Pacciani ricevette quattordici condanne all’ergastolo per prove schiaccianti, tutte revocate e ribaltate in fase di appello come prove di innocenza. La morte lo colse prono e con i pantaloni abbassati, giusto il giorno prima del processo dei suoi compagni di merende. Pacciani era un etilista collerico e violento, uccise l’amante della fidanzata quindicenne e la costrinse ad avere un rapporto di fianco al cadavere, e, quando gli arrivò l’avviso di garanzia per i delitti del mostro, era in prigione per aver compiuto orribili violenze familiari, fra cui lo stupro delle sue figlie. Durante gli anni dei delitti somme di denaro troppo grandi per essere i proventi di un contadino arrivarono sul suo conto in banca. Nel luogo in cui le vittime dell’ultimo omicidio si erano accampate la prima volta vennero rinvenuti tre cerchi di pietre, due aperti e uno chiuso, contenenti bacche, pelli di animali e croci, elementi riferibili all’individuazione, alla condanna a morte e all’esecuzione dei due.


IL PEGGIORE

La vicenda di Albert Fish, a cui ci sentiamo di attribuire il primato fra cotanti malefici campioni, viene riassunta da Ramona A. Stone mediante due elementi, il pennino e gli aghi da cucito. Gli psichiatri che hanno analizzato la personalità di Fish sostengono che egli fosse affetto da quasi tutte le parafilie conosciute. Cresciuto in un orfanatrofio cattolico dove veniva costantemente frustato dalle suore, a nove anni iniziò a sviluppare piacere masochistico durante le flagellazioni, e a fantasticare di infliggere dolore agli altri. Il masochismo non lo abbandonò mai, e una delle forme che assunse fu quella del piquerismo, il godimento perverso dato dall’atto di pungersi. Lungo il corso di tutta la sua vita, Fish fu solito infilarsi degli aghi nel perineo, e i medici che gli fecero le lastre al bacino dopo la sua cattura ne poterono contare ventinove, di cui alcuni corrosi dal tempo. Intorno ai dodici anni Fish incominciò a frequentare bagni pubblici, per dedicarsi alla coprofagia e alle pratiche omosessuali. Da adulto finì in manicomio per la sua mania religiosa, che gli faceva credere di essere Gesù Cristo, e che fosse Dio stesso ad esigere dei sacrifici umani in redenzione dei peccati. Albert Fish diventò un predatore pedofilo di sadismo inaudito, dedito al cannibalismo e alla necrofilia, che sceglieva vittime solitamente minori di sei anni. Uccise circa un centinaio di bambini e riuscì a rapire una delle sue piccole prede sotto gli occhi della famiglia, spacciandosi per un gentile nonnino che voleva portare la bambina alla festa di compleanno di sua figlia. Successivamente scrisse alla famiglia una dettagliata lettera in cui raccontava di come aveva ucciso e mangiato la bambina. Proprio questa lettera permise di risalire a lui e di condurlo infine sulla sedia elettrica.  La sua vicenda, fra le altre cose, ha ispirato il personaggio dell’assassino noto come Pescatore nel romanzo La Casa del Buio di Stephen King, il nome d’arte Ginger Fish del batterista dei Marilyn Manson, e i Cannibal Corpse, che citano le sue agghiaccianti lettere. Per chi fosse interessato a leggerle, si trovano su internet. Noi non siamo riusciti ad arrivare in fondo.


 ECONOMIA DOMESTICA

La Saponificatrice di Correggio è un’altra assassina seriale che possiamo classificare come estremamente friendly. Dopo essere emigrata da Avellino fino alla provincia di Reggio Emilia, la Cianciulli avviò una fiorente attività commerciale di vestiti di seconda mano, e il suo negozio divenne il centro della vita sociale delle donne correggesi, che ci andavano perché Leonarda era davvero simpatica, sapeva leggere il futuro nelle carte e preparava dei pasticcini deliziosi. Nessuno sapeva che la sua altra vita era stata segnata da una figura materna terribile, che l’aveva fatta sentire così rifiutata da farle tentare il suicidio all’età di nove anni.  Quando Leonarda decise di sposarsi, la madre la maledisse, e proprio a questo malocchio la Cianciulli attribuì l’esito tragico di tredici delle sue diciassette gravidanze.

Raccontò agli inquirenti che ciò che la spinse ad uccidere fu un incubo in cui le comparve una Madonna con un bambino nero, visibile nel suo Dexter File, dicendole che sua madre si sarebbe portata via i figli che le erano sopravvissuti, a meno che lei non sconfiggesse la fattura sacrificando una vita per ogni vita. Quindi Leonarda iniziò ad uccidere donne di mezza età, a cui prometteva contatti per matrimoni o carriere tardive. Dalla via, si faceva intestare o consegnare tutti i loro averi. Per farle sparire, le tagliava in nove pezzi, ed utilizzava ogni parte utile. Dal sangue faceva dolci, raccogliendolo in un bacile, mischiandolo a latte, uova, cioccolato, e facendolo seccare nel forno. I biscotti venivano mangiati da lei stessa, dalle sue amiche, e dai suoi figli. Leonarda credeva infatti che solo in questo modo li avrebbe salvati dalla maledizione, lavandoli nel sangue delle vittime come la dea Teti, in cui si identificava, aveva salvato i figli bagnandoli nel fiume infernale Stige. Dalle ossa faceva sapone e candele.  Le è stato dedicato il film di Mauro Bolognini Gran Bollito, lo spettacolo teatrale di Lina Wertmuller Amore e Magia nella Cucina di Mamma, gli Offlaga Disco Pax hanno scritto su di lei il pezzo Soap Opera, il progetto industrial Teatro Satanico le ha dedicato Disco Cianciulli, e anche gli OvO hanno scritto una canzone su di lei, confondendo però Ferrara con Correggio.

A Leonarda Cianciulli abbiamo già dedicato questo pezzo


 

EXQUISITE CORPSE

Nel Dexter File dedicato al Cannibale di Milwaukee compare un piccolo animale morto. Jeffrey Dahmer, fin da bambino, sviluppò un insano interesse per i resti degli animali, che collezionava, sistematizzandoli in vasetti pieni di formaldeide, seppellendoli in giardino, provando a trattarli con candeggina o acidi. Piano piano la sua collezione di ossa e parti anatomiche di piccoli animali venne sostituita con un’altra di contenuti analoghi, e quindi ossa, organi e muscoli, ma forniti da esseri umani. Le prede di Jeffrey erano uomini adescati in locali gay, drogati ed uccisi, le cui dissezioni venivano documentate da fotografie. Le parti ossee finivano dipinte di tempera, ad adornare l’appartamento di Dahmer, mentre i muscoli e gli organi interni venivano riposti nel frigorifero e nel congelatore, per poi essere successivamente cucinati e consumati. Era questo il metodo di Dahmer per far sì che i suoi amanti, diventando carne della sua carne, non lo abbandonassero mai. L’altro elemento presente nel suo vetrino è un cranio con esito di lobotomia.Dahmer praticava la necrofilia come apogeo della passività del partner e della sua dominanza. Il suo desiderio più grande era quello di avere a disposizione dei morti viventi, per cui fece degli esperimenti su un paio di vittime, tentando di indurre loro uno stato vegetativo simile al coma, tramite trapanamento del cranio ed inoculazione nel cervello di acqua bollente o acido muriatico. Il suo tentativo da dottor Mengele di fabbricarsi degli zombie fallì, perché le sue vittime morirono tutte entro poche ore.  La scrittrice transgender Poppy Z. Brite, nel suo romanzo estremo Cadavere Squisito, fa incontrare Andrew Compton e Jay Byrne, che sono rispettivamente la trasposizione letteraria di Dennis Nielsen, il necrofilo inglese cacciatore di giovani skinheads, e quella di Jeffrey Dahmer, che viene blasonato di antica nobiltà americana e reso molto più sadico ed efferato di quanto non fosse nella realtà.


  BIND TORTURE KILL (AND COMMERCIALIZE)

Dennis Rader era laureato in amministrazione della giustizia, sposato con due figli, e fu eletto presidente del circolo della Chiesa Luterana che frequentava. Il modus operandi di Dennis Rader ha creato un topos fra gli addetti ai lavori, che è diventato anche il soprannome dell’assassino, BTK. Bind, torture, kill, lega, tortura, uccidi. Il suo soprannome era stato suggerito da lui stesso in una lettera indirizzata ai media, assieme ad una lista di possibili altri. Rader sequestrava ed immobilizzava le sue vittime, a volte anche famiglie intere, le torturava con la tecnica del soffocamento, arrivando più e più volte alle soglie della morte, e alla fine le uccideva. Dennis Rader iniziò una corrispondenza con la polizia, mandando pacchi in cui erano contenute bambole con la testa avvolta dalla plastica, che rappresentavano le sue vittime e il suo metodo. In questi pacchi c’erano ricostruzioni grafiche delle scene del crimine, esortazioni ad iniziare a scrivere una sua biografia e suggerimenti sul titolo dei vari capitoli. Rader era un serial killer molto attento al marketing della sua vicenda.  Una bambola è rappresentata nel suo Dexter File, assieme al floppy disk che condusse alla sua cattura. In una delle sue lettere, Rader chiese alla polizia se poteva mettere le foto delle scene del crimine, che era solito allegare alle missive, in un floppy, senza correre il rischio che risalissero a lui.

La polizia ovviamente rispose che non c’era nessun rischio. L’analisi del floppy permise di trovare dei metadati, risalire alla Chiesa Luterana di Cristo di Wichita, e all’account “Dennis”, che si rivelò essere quello del presidente. C’è un documentario di Mark D. Levitz, pluripremiato ai festival, intitolato I Survived BTK. L’opera è focalizzata su Charlie Otero, che da ragazzino trovò i corpi dei suoi genitori e delle sue sorelle più piccole tornando da scuola, tutti torturati ed uccisi da Dennis Rader. È stato definito come un’opera disturbante e potente, e la sua morale è che cose orribili capitano a persone innocenti senza che ci sia nessuna ragione di fondo. Rader era ossessionato dalla fama, ed è giusto che questo documentario sia focalizzato su una delle sue vittime piuttosto che su di lui.


Oltre ai Dexter Files, Ramona A. Stone crea The Following­ _ Capillarità del Male, un’installazione che richiama alla mente i laboratori alchemici, e che è dedicata al serial killer più famoso di tutti, Charles Manson. La parte centrale è composta da una beuta, ovvero un’ampolla di vetro più grande, fusa a mano, volutamente tendente alla deformità, a cui affluisce un fluido da un beccuccio esterno, e dalla quale prendono origine diverse provette, in cui si riversa il liquido, riempiendole parzialmente. Nel liquido sono immersi, uno per ciascuna provetta, i ritratti, allegorici e deformati dalla corrosione del liquido, dei membri della Manson Family. Nella beuta-madre ovviamente c’è Manson. L’installazione riguarda la libera determinazione di sé, la manipolazione, il processo che avviene nella mente di chi compie un atto omicida per procura da parte di una personalità dominante e destinata alla gloria maggiore.

LA ROCKSTAR E LE SUE GROUPIE

Chi ha conosciuto Charles Manson ricorda la sua statura di un metro e cinquantacinque (che lui ha vivacemente smentito sui media) e lo sguardo penetrante del manipolatore. Figlio di una prostituta minorenne che lo chiama col cognome biblico “Figlio dell’Uomo”, da ragazzo vive di espedienti e fa avanti e indietro dalle galere. Durante un soggiorno decennale in prigione, Charles Manson impara a suonare la chitarra, scrive decine di canzoni, studia le teorie esoteriche orientali ed impara a pontificare in materia di autodeterminazione e paccottiglia mistica. Quando esce è in corso l’estate dell’amore del 1967. Manson si trova da dio in questo nuovo orizzonte in cui il sesso promiscuo è all’ordine del giorno e le menti sono rese malleabili dalle droghe, mette su una comune di ragazzine che gli fanno da serve, da schiave sessuali e si prostituiscono per mantenere la Famiglia, attirando ragazzi che spacciano per lui, in nome di un’economia perfettamente autarchica. Charlie si fa crescere barba e capelli per assomigliare a Gesù Cristo e decide che è giunto il momento di avere la sua fetta di torta di soldi e celebrità. Vende droga e concede concubine (affette da malattie veneree) ai membri dei Beach Boys, frequenta i party losangelini del jet set rock ‘n’ roll dove va di gran moda il satanismo crowleyano, adora i Beatles ed elabora teorie di apocalisse razziale ascoltando ossessivamente i solchi del White Album.

Ma nonostante tutto il suo impegno, gli alti papaveri non considerano i suoi demotape. E allora Manson decide che i porci devono morire. È proprio questo il motivo per cui, come dice l’assassino nato Mickey Knox nel film di Oliver Stone, Manson è il Re. Le mattanze di Manson rappresentano in modo irreversibile il negativo del sogno americano del successo disponibile per tutti, la crudeltà dell’esclusione, la massa enorme e silente dei rifiutati, il veleno della loro rabbia, che di solito è autodistruttiva, rimanendo sconosciuta, ma non in questo caso. I processi di Manson hanno evidenziato un elenco enorme di vittime designate dalla Family, beautiful people fra cui Liz Taylor, Steve McQueen e Frank Sinatra. Manson è diventato una figura di culto proprio per quel mondo del rock che gli aveva chiuso i battenti in faccia.

Ora tutti i maledettoni lo omaggiano, Marylin Manson, Axl Rose, i Deicide, i System of a Down, il rapper Necro, gli Slipknot, Ozzy. Oltre a questo, gli sono stati dedicati una quindicina di film e compare in un episodio di South Park.  Anche le sue ragazze si sono conquistate la fama, grazie anche alla loro abilità icastica nel manipolare e sorprendere i media durante il processo. Susan Atkins era la più cattiva, si faceva chiamare Sadie come la Sexy Sadie dei Beatles e dichiarò di aver provato un orgasmo leccandosi il sangue di Sharon Tate dalle dita. Quando le fu domandato se reputasse l’omicidio di otto persone irrilevante, rispose “E voi invece credete che uccidere migliaia di persone col napalm sia irrilevante?”, non rendendosi forse conto di aver affossato con le sue mani l’utopia hippie. Poi c’era Leslie Van Houten, reginetta di bellezza alle superiori e cheerleader, talmente bella che anche lo è rimasta anche nelle foto segnaletiche che la ritraggono a cinquant’anni, nel 1999. Proprio a causa della sua bellezza Manson la ignorò, fino a che lei non decise di commettere il delitto Leno LaBianca, per entrare nelle grazie del suo idolo. Nel 2009 le hanno dedicato un film, Leslie _ Il mio nome è il male. Poi c’era Patricia Krenkwinkel, che da ragazza voleva farsi suora, soffriva di ipertricosi, era sovrappeso per via di un problema endocrino, aveva le orecchie a sventola e subì episodi di bullismo a scuola. Charles Manson fu la prima persona a dirle che era bella. Nei giorni della vita nella comune, era la Krenkwinkel ad occuparsi dei bambini, a cucinare e a passare ore ascoltando rapita i deliri Helter Skelter del suo guru. In barba a questo ruolo dolce e femminile, fu proprio lei a pugnalare a morte Sharon Tate e a commettere le peggiori atrocità durante le scorrerie omicide. Le tre grazie comparivano alle udienze tenendosi per mano, cantando in coro le canzoni scritte da Charlie, con i lunghi capelli hippie sciolti e pettinati con la riga nel mezzo, con stivali lucidi e i vestiti psichedelici sopra al ginocchio, tutti della stessa foggia, tutte sorridenti come dive. Poi si sono tutte rasate assieme a Manson, per protesta, e come lui si sono incise una X in mezzo agli occhi, casomai arrivasse davvero l’Apocalisse e gli eletti fossero scelti in base al segno impresso sulla fronte. Questa è abilità a plasmare la propria immagine mediatica, la stessa che hanno imparato dal loro maestro.

Dopo questa sinossi sui soggetti delle opere di Very Friendly potrebbe venir spontaneo farsi delle domande. Perché degli esseri umani fanno questo? La loro malattia è innata? Dobbiamo considerarli come dei demoni, nel modo in cui la civiltà cristiana ci ha insegnato a concepire il male, come esterno da noi e stimolato da fattori esterni? È possibile invece che il germe di questo male sia in qualche modo presente anche dentro di noi?


IL CULTO DEGLI ASSASSINI SERIALI

La speculazione sul male ha una storia antica quanto l’uomo, e, prima di diventare filosofia morale propriamente detta, ha assunto le forme del racconto mitico e religioso. Nessuno tocchi Caino, dice un verso misterioso della Bibbia. La totalità della conoscenza, interdetta all’uomo, è rappresentata dall’albero della conoscenza del bene e del male, e il male ci appare infine molto più profondo, credibile, problematico. E anche, come vuole la sua natura, avvincente. Nel mondo contemporaneo i serial killer sono perfette incarnazioni del male, uccidono i propri simili nei modi più turpi, non conoscono rimorso, non danno nessun valore alla sofferenza altrui, anzi la cercano ossessivamente, per gratificare la propria libidine ed il proprio ego. Chi semina virtù raccoglie fama, sosteneva Leonardo Da Vinci. Gli assassini seriali finiscono agli onori delle cronache perché, nel male, nella perversione, nell’aberrazione, sono capaci di costruirsi delle vite spettacolari. I media li danno in pasto alle folle perché sono eccessivi, e tutto ciò che tende all’eccesso fa audience, forse perché il superamento del limite è un tratto tipico delle estetiche e delle narrazioni contemporanee.  Altri motivi del successo dell’assassino seriale nella pop-culture sono riconducibili ad un ribaltamento archetipico nelle mitologie, che ha sancito nell’età contemporanea il trionfo di nuovi protagonisti. L’antieroe da una parte,  con il Satana di Milton, tutta la temperie romantica, Byron, i poeti maledetti, gli scapigliati, gli uomini senza qualità, la Beat Generation, il Nuovo Cinema Americano e la Nouvelle Vague, Fellini e tutti i loser di ultima generazione. Poi abbiamo il criminale propriamente detto, con i cowboy fuorilegge del Far West, la novellistica pulp, il cinema noir, le subculture giovanili, la massificazione dei tatuaggi, le culture della droga, i Pirati dei Caraibi, la trilogia del Padrino, i Soprano, tutto il cinema di Quentin Tarantino, i vari Ocean Eleven e Twelve, The Councelor, Blow, fino ad arrivare ai punk e alla scena gangsta rap. L’ultimo protagonista delle nostre grandi narrazioni è il mostro, Frankenstein di Mary Shelley, i vampiri di Sheridan le Fanu e Stoker, Dottor Jekyll e Mister Hyde. Il serial killer costituisce l’incarnazione una e trina di questi nuovi archetipi narrativi. Ora come ora, l’imperativo sociale è piacere agli altri, e la virtù per eccellenza è la coolness, categoria etico-estetica che indica ciò che è figo, ma soprattutto freddo, controllato, imperturbabile, distaccato, come chi possiede la sprezzatura propria del cortigiano di Baldassar Castiglione.  O dell’assassino seriale, sommo maestro nella dissimulazione e nella gelida assenza di sentimenti.

Quindi, quali sono i motivi di cotanta fama? Gusto epocale per la categoria dell’estremo? Necessità antropologica di sacrificio? Bestialità? Umanità troppo umana? Fatto sta che Hannibal Lecter è più famoso di Friedrich Nietszche. E, probabilmente, anche il Mostro di Milwaukee lo è.


Testo scritto e curatela per la mostra “VERY FRIENDLY _ Ematologi, Cannibali, Assassini Seriali ed Altri Demoni Illustri“, di Ramona A. Stone [pseudonimo di Enrica Berselli], in occasione di festivalFilosofia 2014 [sulla Gloria], inaugurazione 12 settembre 2014  presso Cayce’s Lab


 BIBLIOGRAFIA

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Colin Wilson, Donald Seaman, Il libro nero dei serial killer, 2006, Newton Compton Editori.

Jean Chevalier, Alain Geerbrandt, Dizionario dei simboli, Bur, 1986.

Linda G. STunell, Donne criminali, Newton Compton Editori, 2008.

Shelley Klein, Miranda Twiss, I personaggi più malvagi della storia, Newton Compton Editori, 2006.

Cristina Cattaneo, Morti senza nome. Una patologa forense racconta, Oscar Mondadori, 2005.

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