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TVOR ___ COME FARE LA RIVOLUZIONE PER VIE DIAGONALI ___ Storia ed iconografia della fanzine “Teste Vuote Ossa Rotte”



 Siamo stanchi di essere ubriachi.

Black Flag


 Per realizzare TVOR noi utilizziamo solo il 10% delle nostre capacità mentali, già scarse.

Stiv Rottame, Marco Maniglia


 La rivoluzione è sempre tre quarti fantasia e per un quarto realtà.

Michail Bakunin


 TIVIORRE è un oggetto di culto, una caos-zine, ovvero una rivista autoprodotta  dai punk di Como all’inizio degli anni Ottanta. Gli artefici si chiamano Stiv Rottame Valli e Marco Maniglia Medici. Il nome della testata, TVOR, è un acronimo. Avrebbe dovuto  voler dire  True Voice of Rebels. L’idea dell’acronimo viene presa  dal nome di una band hardcore californiana, T.S.O.L., True Sound of Liberty  (che suona in modo un po’  flautato, vagamente fricchettone, anche se poi loro fricchettoni non lo sono per niente). Alla fine è stata fatta la cosa giusta, e il nome è  stato italianizzato con  Teste Vuote Ossa Rotte.  TIVIOERRE.

Teste Vuote, per come ci giudicano gli altri: ovvero ragazzi sbandati, vuoti, comunque gente incapace di avere proprie idee, suggestionati da un modo di vestire ereditato da una MODA, dato che ogni cosa che fanno i giovani di diverso in Italia viene definita fottutamente con questa SCHIFOSA PAROLA

OSSA ROTTE, per molteplici aspetti, perché se non te le rompe la polizia, quando per farlo si attacca a stupidi pretesti, o i RISSOSI IRASCIBILI ODIOSISSIMI BRACCI-DI-FERRO, ovvero i tamarri, forti solo perché tanti, bulli di provincia che vogliono dimostrare la loro superiorità muscolare con chi è inferiore (di numero soprattutto); se cioè le ossa non le rompiamo in scontri o risse, che per altro cerchiamo di evitare, ce le rompiamo rovinandoci sotto i palchi.

TVOR  dichiara di parlare solo di punk e nasce per necessità di comunicazione. La prima scena punk italiana era molto più elitaria di come può essere qualsiasi subcultura dei giorni nostri, proprio perché le notizie circolavano con grande fatica. Trovarle voleva dire cercarle, e ogni notizia scovata era inestimabile. Il primo che scopriva un gruppo peso era come investito di “un privilegio alchemico”, ricevendo una specie di aura da cacciatore/raccoglitore baciato dagli dei del caos.  Non c’erano i social network e nemmeno la rete. Pure Rockerilla parlava di Crass e Discharge col contagocce. Le fanze all’epoca erano preziose come i manoscritti medievali. E la gente della scena era attiva, do it yourself non era solo uno slogan hipster privo di significato, ma una filosofia di vita, un ethos seguito a giri vorticosi. Gruppi musicali, etichette discografiche indipendenti, fanzine, distribuzione di dischi, registrazione di bootleg, design di loghi, comunicati ciclostilati, grafiche di cover, distribuzione postale di ogni tipo di supporto comunicativo. Tutti quelli che erano punk facevano tutto questo.  Non si mancava a un concerto, ci si spostava in masse tribali di trenta/quaranta individui con biglietti Trenitalia farlocchi. Essere punk era un’arte e un mestiere, una responsabilità, una missione. Come ha detto qualcuno di importante che ora non ci ricordiamo, il movimento punk ha marcato un serio tentativo di fare la rivoluzione per vie diagonali,  riappropriandosi dei canali di produzione della cultura.

Il primo numero di TVOR esce nel settembre del 1981, ha dieci pagine e una tiratura di 350 copie.

TVOR parte come esperienza prevalentemente visiva, infatti il suo tempo di lettura doveva equivalere al tempo di ascolto del canonico pezzo punk, ovvero tre minuti e mezzo. Violenza, guerra, sovrapposizioni dadaiste, fotografie delle carte di identità, font da pacco postale, loghi di gruppi, stencil con il logo rotante dei Crass, urla di Much, immagini di rivolte e di repressione armata, e poi slogan, come “No God No Country No Lies”, A cerchiate, esilaranti immagini di politici dell’epoca punkizzati con borchie e cresta: le grafiche di TVOR sono iper-articolate, piene di particolari in cui l’occhio si perde, come in un maelstrom di ricercata imperfezione. Graficamente, TVOR è più curata, elegante, complessa di qualsiasi fanza inglese o americana.

Più di Sniffin’ Glue. Più della pionieristica Punk newyorkese. Più di London’s Burning, l’unica che si avvicina a quell’idea di movimento trasmessa visivamente dalle pagine, di stacco dal codice bidimensionale del collage, che solo TVOR possiede davvero. Il vademecum insegna che per fare un’impaginazione figa l’ingrediente fondamentale è uno, di matrice crassiana, cioè la base rigorosamente nera. TVOR ci regala delle vignette esilaranti come l’ossido di diazoto. Le vecchiette col copricapo tradizionale sardo con sopra la scritta TVOR, indicate come le “nostre prime groupie”, l’elenco delle nefandezze che un punk deve menzionare quando gli viene richiesto come fa ad avere i capelli che stanno in piedi da soli, le foto dei nonni  degli autori in stile monumento dei partigiani con la scritta “Se TVOR esiste è tutta colpa loro”

Per quello che riguarda i contenuti, TVOR tratta di  teoria e critica del punk. Analizza concetti come antimilitarismo, esclusione e rabbia.  Racconta della metafisica del pogo, rituale simbolico in cui se prendi botte ti devi rialzare e ributtarti nella mischia. Ci sono i testi di pezzi dei Crass, Discharge, Black Flag, tradotti e redatti  in un momento storico, i primi anni Ottanta, in cui non c’erano motori di ricerca in cui mettere i titoli delle canzoni seguiti da lyrics. Già negli anni Novanta, occuparsi di testi era una roba impegnativa, tipo lavoro amanuense di copiatura e sfacchinate col dizionario.  TVOR recensisce il primissimo concerto dei Dead Kennedys in Italia, racconta dei D.O.A. (dal cui disco TVOR copia la prima copertina), dei Disorder, degli italiani Wretched, dei Bad Religion di primo pelo.  Il numero due segna la convergenza dell’interesse sulle band italiane come  Discharge e Loggia P2. Con il numero tre si entra nella galassia Gutenberg, anche se “per farlo ci è voluto un puttanaio di tempo, per una marea di ritardi e problemi”. Si parla dei Meat Puppets, band di pazzi che suonano a velocità inimmaginabili, fuori dalla stessa scena punk per la loro passione per la ganja, i capelli lunghi e le loro dichiarate e malefiche influenze fricchettone. Si racconta di che cos’è lo straight edge, la frangia punk più cenobitica, che rifiuta qualsiasi tipo di droga per mantenersi lucidi e pronti alla lotta.

Nel numero tre c’è anche un incredibile elenco di tutte le trenta  fanze redatte dai vari gruppi di punk italiani, da Archaeopteryx alla collettiva Punkaminazione, dalla politica Anti-Utopia ad Echo, che parla non solo di gruppi ma anche di argomenti scomodi, come sesso e omosessualità. Trenta fanze, solo sul territorio italiano. Scritte, ciclostilate, assemblate con forbici e colla. TRENTA.


Nel numero quattro ci sono le foto bellissime di Henry Rollins giovane in tournè a Milano, lo stencil con la scritta Kill Boy George, l’intervista chilometrica ai Blue Vomit, le mirabolanti avventure di Stiv Rottame alle poste quando si trova a ritirare i materiali inviati per TVOR a nome appunto Stiv Rottame,  e uno speciale sul Chaos-Tage di Hannover. Il Chaos-Tage si tenne il primo e il due luglio del 1983 a Hannover, in occasione del concerto dei Dead Kennedys. Fino ad allora, i redskin e i punk della città si erano sempre scontrati in risse, fino ad imparare che la polizia era felice oltre ogni limite per questa rivalità, e che soprattutto li stava schedando tutti quanti in uno dei primi “compiuter”, in un database chiamato “punk–kartei”. Il Chaos Tag è stato un momento in cui subculture diverse hanno tentato di allearsi fra di loro contro lo status quo. “Fu una maxi rissa, una specie di battaglia, e per la prima volta skins e punx lottarono insieme”. Ci furono quattro ore di scontri con la polizia e con i nazi. Il primo Chaos-Tage fu a dicembre dell’82, il secondo, quello di cui abbiamo detto, a luglio dell’83, e un altro fu programmato per il 4 luglio del 1984. Nel 1984 viene anche sgomberato il Virus di via Correggio, storico tempio, cittadella fortificata e zona temporaneamente autonoma della scena punk milanese. Se vi interessa la storia del Virus, leggetevi Costretti a Sanguinare di Marco Philopat.

Il quinto numero di TVOR segna lo sbarco trionfale di Stiv Rottame  in America, assieme al tour dei Crash Box, che sono il suo gruppo, in un viaggio su pullman Greyhound attraverso trentacinque stati. “Come città, in America, N . York e S. Francisco, sono le più belle che abbiamo visto, le più europee e con i barboni (la gente normale cioè… con cui noi ci trovavamo a nostro agio) più stupendi.” A New York il combo italiano va al CBGB’s, luogo di culto in cui il proto-punk ha avuto uno dei più floridi incubatori,  per apprendere che tutto costa il doppio e che i biglietti per i concerti sono carissimi.  Terra di “una classe media insoddisfatta, nel malessere e pronta ad esplodere, capace di trasportare in musica alcune delle più belle pagine dedicate a un modello di sviluppo votato al fallimento.” Poi Stiv sarà ospite a Berkeley degli autori della fanzine MaximumRocknRoll, “bibbia del punk”, con libero accesso agli archivi dei fotografi storici della scena, come Ed Colver, Glen. E. Friedman, Murray Bowles e Tim Tonooka. Quindi per TVOR cinque si esagera, con duecento pagine di speciale su Usa misto a roba italiana, per una tiratura di tremila copie da vendere tutte per starci dentro con le spese. “Ancora una volta devoti all’incoscienza dei bei vent’anni e guidati dalla più totale infermità mentale, partiamo”. Il numero cinque regala pezzi su Agnostic Front, Hüsker Dü, Suicidal Tendencies, che mischiano l’iconografia skater con l’orgoglio  chicano ed un look inconsapevolmente grunge. Il numero cinque è interessante anche per la carrellata su quelle che sono le piccole differenze ed analogie rispetto agli Stati Uniti. Anche in America ci sono gli squat, o almeno c’erano negli anni Ottanta. L’America è  una terra di noia ed emarginazione, soprattutto per chi non ha la macchina. Gli adolescenti  formano i gruppi per sfangare la situazione, e suonano con costanza, parecchie ore, tutti i giorni, fino a diventare tecnicamente bravissimi. I concerti sono più spettacolari che in Europa, con molto stage diving.  C’è molto meno etica di autoproduzione ed autodistribuzione, ma quello che c’è è rigoroso e funziona divinamente.  C’è meno antagonismo e ci sono meno scontri con la polizia.  “C’è stata troppa moda, sicuramente troppo contatto con i mass media”. I punk italiani tendenzialmente odiavano i giornalisti. A ragion veduta, viste le boiate che scrivevano all’epoca.

Insomma, a distanza di trent’anni dalla loro creazione, leggere i vari numeri di TVOR è stato molto istruttivo. Ecco le cose che prima non sapevamo e che abbiamo imparato da TVOR.

1_ Gli Exploited, quelli delle magliette Punk’s not dead, umanamente erano delle merde razziste, con l’hobby di dare calci in testa ai fan e di distruggere le camere d’albergo che poi la mamma di qualcuno, ma non la loro, doveva ripulire. Pure gli U.K. Subs erano pappa e ciccia con i nazi e i razzisti.

2_ All’inizio degli anni Ottanta, la scena punk italiana, assieme a quella finlandese,  era considerata il top a livello europeo, seconda solo a quella inglese. Tanto che Jello Biafra, il cantante dei Dead Kennedys, ne era appassionato,  aveva dischi dei Tampax di Pordenone,  dei Raw Power di Poviglio, dei Fall Out di La Spezia, e ricordava i concerti dei Dead Kennedys  a Gorizia e  Perugia come i migliori che avesse mai fatto. Questo ci ha fatto riflettere, e abbiamo pensato che  in Italia sia stata proprio la prima scena punk  a raccogliere e a tenere alta la bandiera dell’antagonismo politico al sistema, dopo che il Movimento era stato sgretolato a colpi di terrorismo ed eroina.

3_ i T.S.O.L., i True Sound of Liberty, che abbiamo menzionato all’inizio del pezzo, in barba all’acronimo fricchettone, avevano delle liriche necrofile assolutamente brillanti, con un immaginario sulfureo da film Universal anni Trenta, miscelato con formaldeide e rock ‘n’ roll satanico: “ Non sono mai stato con le ragazze a scuola, mi riempivano con le loro morali e regole, accatastavano tutti i problemi nella mia testa, allora io piuttosto esco e chiavo con una morta, perché posso farci quello che mi pare e loro non si lamentano. Voglio scopare, voglio scopare una morta. In mezzo della notte in silenzio scivolo nella cripta.”

4_ La band italiana con il nome più figo è probabilmente Loggia P2, ed ha anche dei bei testi fra l’allucinato e il demenziale. Ma anche Fall Out ci piace molto. La fanza col nome che ci piace di più invece è Archaeopteryx, come l’antico uccello fossile.

5_ Il paradosso, l’iperbole, l’ironia, la licenza poetica, l’ambiguità contradditoria sono molto più destabilizzanti di qualsiasi retorica della rabbia. E i testi dei gruppi italiani  allineati a questo tipo di retorica risultano incredibilmente depotenziati.

6_ GBH è la sigla che la polizia americana usa per indicare chi viene arrestato per rissa.

Quello che ci trasmette la lettura e la sensibilità visiva di TVOR, trent’anni dopo la sua creazione, è un sentimento di nostalgia. Una cosa romantica, che tecnicamente si chiama Sehnsucht, ed è, grosso modo, la nostalgia per cose di cui non si è mai fatto esperienza. Stiamo parlando di un ideale che abbiamo nutrito dalla più verde età, che abbiamo visto demolito dal fascismo estetico della coolness, dalla vacuità e dalla viralità degli imperativi territoriali borghesi, che purtroppo spesso si riproducono come una malattia anche in luoghi antagonisti come i centri sociali. Ma nonostante tutto, noi questo ideale ancora ce l’abbiamo, e un po’ l’abbiamo intravisto nell’universo di cui TVOR costituisce la mappatura. È l’ideale di uno scenario controculturale compatto, in cui tutti si sbattono a fare mille cose e quindi tutto risulta possibile. Mai come ora l’esclusione è stata utilizzata come strumento di controllo politico. Quindi dobbiamo prendere l’esempio dagli zii degli anni Ottanta, creare da noi gli strumenti di diffusione della cultura, e resistere. Perché, come ha detto Deleuze – che con i suoi artigli sfrangiati da zio Tibia e il suo cervello di diamante è stato il più punk dei filosofi – resistenza vuol dire prima di tutto fare le cose. Non importa che sia andare in manifestazione, suonare in un gruppo, scrivere, organizzare feste, mostre, o concerti. L’importante è continuare a farlo.


In questo link potete trovare il libro su TVOR


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