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[Post]INDUSTRIAL ___ L’archeologia industriale e la fine della modernità nelle fotografie di Cecilia De Bassa e Franco Monari


postindustrial manifesto, elaborazioni grafiche mauro barbieri


Sixteen and time to pay off
I get this job in a piss factory inspecting pipe
Forty hours thirty-six dollars a week
But its a paycheck, Jack.

Patti Smith, Piss Factory


Alle macchine industriali corrispondevano le macchine della coscienza, razionali, referenziali, funzionali, storiche.

Jean Baudrillard, Lo Scambio Simbolico e la Morte


Onoro la forza che muove l’acciaio

Cccp, A Ja Ljublju SSSR


L’immaginazione è la sola a restare legata al principio di piacere, mentre l’apparato psichico è subordinato al principio di realtà. Che l’immaginazione si attualizzi come forza produttiva, che si investa. L’immaginazione al potere: parola d’ordine della tecnocrazia.

Jean Baudrillard, Lo Scambio Simbolico e la Morte


I’m gonna be so big, I’m gonna be a big star and I will never return,
Never return, no, never return, to burn at this Piss Factory

Patti Smith, Piss Factory


Dipinte in queste rive – Son dell’ umana gente – Le magnifiche sorti e progressive

Giacomo Leopardi, La Ginestra, 1836


Escatologia, dal greco ἔσχατος, éskhatos =  ultimo, estremo, remoto, lontano

τα ἔσχατα, tà éskhata: limiti, estremità, confini, le cose ultime

dal Vocabolario della Lingua Greca Franco Montanari


Gli antichi consideravano febbraio il mese della fine dell’inverno, il momento in cui si decideva chi sarebbe morto e chi invece era sopravvissuto alla stagione fredda. L’inizio della primavera e la fine dell’inverno erano due cose ben distinte. Quindi, febbraio era il mese della fine. Per la mostra di febbraio, Cayce’s Lab sceglie l’archeologia industriale come emblema escatologico.

I relitti dell’industria pesante e le loro architetture fatiscenti  rappresentano la fine di un paradigma culturale, quello della Modernità. Dei centri di gravità permanente della modernità si può dire che ci sia rimasta solo la mania di abusare del senso della vista. Per il resto, non ci sono più veri dei,utopie sociali, né pratiche auto-fondanti. Qua nelle periferie del Secondo Mondo si sta assistendo perfino al crepuscolo degli Stati sovrani. E se l’economia è il corollario di tutti i ragionamenti, certamente la fabbrica costituiva il fulcro dell’economia produttiva della modernità. La fabbrica abbandonata rappresenta quindi la fine dell’economia moderna, e l’archeologia industriale è il simbolo della fine del lavoro, di cui rimane solo il simulacro del marketing. Decentramento, atomizzazione, post-fordismo. Flessibilità. Delocalizzazione. Mobilità. Educazione permanente, sempre e comunque insufficiente. La fabbrica è stata disertata, ma non c’è stata nessuna emancipazione finale. Anzi, la fine è diventata un ulteriore mezzo di asservimento.

Franco Monari, Memorabilia, 2008I francesi dicono che al  processo di produzione si è ora sostituito il processo di esclusione.

Detto questo, possiamo concentrarci sulla pratica estetica della rappresentazione di antichi complessi industriali, tramite fotografia, video o altri media. Ci hanno detto che in Italia c’è una sorta di subcultura di intrusi seriali, gruppi collettivi, con vari nomi dalla semiosi variabile fra la desolazione e l’eversione. Franco Monari, Memorabilia, 2008Questi collettivi mappano le industrie abbandonate, creano pagine web di riferimento, con tutorial per giungere a destinazione, con segnalazioni sulle entrate accessibili e sugli orari in cui passa la vigilanza. C’è anche una sorta di territorial pissing, per cui non si può dichiarare di essere stati in autonomia in una determinata fabbrica senza andare in contro al risentimento di chi millanta di averla scoperta. Ci dicono che ormai è nato una sorta di cripto-turismo nei siti di archeologia industriale. Uno entra in una fabbrica abbandonata, ed ecco comparire videoteppisti che girano cortometraggi distopici, donne nude in corsetto e reggicalze tallonate dai fotografi del workshop bondage, ladri di rame intenti alla loro attività, writer alle prime armi, raver che fanno sopralluoghi per organizzare il prossimo rave, pallidi nerd satanisti alla ricerca del sito giusto per la prossima messa nera. Insomma, un gran via vai fastidioso. Ma, nonostante il sovraffollamento, l’unico fato che potrebbe privare un sito archeologico industriale della sua potentissima aura è, di fatto, la demolizione.

Tutto ciò che ora è archeologia è stato un tempo storia, e guardando alla storia della fabbrica emergono delle sorprendenti connessioni con l’arte. E questo nonostante le apparenze, per cui il lavoro hard-core del regime industriale sembra essere agli antipodi della ricerca artistica, concepita come intensità, gioco, festa. La prima fabbrica italiana nasce secoli prima della vera Rivoluzione Industriale. L’Arsenale di Venezia, sede dell’odierna Biennale, viene inaugurato nel 1104. Già ai tempi, ci lavorano sedicimila persone. Arsenale di Venezia, incisioneNei secoli successivi, “fabbrica” è la denominazione dei cantieri artistici dei signori, il modo in cui sono chiamati i loro palazzi nel momento in cui vengono costruiti o ristrutturati. Come dimenticare la Factory di Warhol, culla dell’arte dei multipli? Come non ricordare la Factory di Manchester, e la relativa Haçienda, da cui sono usciti Joy Division, New Order, Chemical Brothers, e  il genio della grafica Peter Saville?Warhol's Factory 1965-1967 USA. Stephen Shore. FAC_51_Hacienda, Saville

Franco Monari, Memorabilia, 2008Cayce’s Lab si inserisce nella ricerca sulla tassonomia iconica delle fabbriche in disuso con [Post]INDUSTRIAL, una bi-personale dei fotografi Cecilia de Bassa e Franco Monari.

I bianchi e neri caliginosi di Cecilia de Bassa sottolineano l’aspetto gotico di quest’estetica. De Bassa compie un’indagine radicale sull’iconografia dell’industria, risalendo alle sue origini tramite un sistema semiotico reticolare.Cecilia De Bassa, Industrial A livello di grandiosità, il Gotico architettonico del XII secolo costituisce l’unico termine di paragone possibile rispetto alle architetture industriali. Nessuna delle due espressioni è a misura d’uomo, perché entrambe avevano la funzione di celebrare il dio dell’epoca, entità teologica o istanza positivista che fosse. Sia la cattedrale gotica che la fabbrica sono edifici di potere ed assoggettamento. Secondo i francesi, la fabbrica era una delle istituzioni disciplinari del Potere di seconda generazione, uno di quegli spazi in cui le persone venivano rinchiuse per determinati periodi di tempo, ai fini di essere sorvegliate e disciplinate. La Rivoluzione Industriale vera e propria coincide cronologicamente con il revival Neogotico.  Nei romanzi di questa temperie culturale abbondano i castelli abbandonati, i relitti, gli ambienti cupi, gli ossari, i fantasmi di cose scomparse. I giardini di paesaggio inglesi delle ville romantiche venivano disseminati di finte rovine, tanto era acceso l’amore per la fatiscenza, vista come simbolo della vanità del tutto. Le fabbriche abbandonate sono cupe, sublimi, paurose, enormi come cattedrali o castelli, e altrettanto connesse con un’idea di potere che non c’è più. Tutto è vanità, perfino l’acciaio.Franco MonariSe Cecilia de Bassa sceglie una modalità di rappresentazione rivolta al passato, Franco Monari si focalizza sull’attualità, rendendo evidenti i processi di sgretolamento, crollo, disintegrazione. In mezzo a questa deriva, la fabbrica abbandonata si rivela essere uno strano catalizzatore di sincretismo architettonico, come a riprova di quel processo di omogeneizzazione del tempo che costituisce uno dei cardini strutturali del postmodernismo. Franco Monari, Memorabilia, 2008Archi a tutto sesto, fughe rinascimentali di colonne, volte a crociera romaniche, volte a botte settecentesche applicate in scala mastodontica, ambienti deserti, in cui il verde della vegetazione si amalgama con muri rosso mattone, della tinta usata nelle ville romane, archi con decorazioni moresche, scalinate che confondono l’occhio sulla loro collocazione in termini di alto e basso, alla maniera della stanza multidimensionale di Escher, vetrate colorate in stile Liberty, colonnati in cemento armato poderosi come templi dorici.  Zuccherificio, -Sermide, Mantova, 2008 Porto Marghera, Acciaieria Franco Monari, MemorabiliaFranco Monari, Memorabilia, 2008Ma, al di là delle suggestioni sincroniche, ciò che si impone maggiormente agli occhi dell’osservatore  sono i trionfi di fughe prospettiche. Franco Monari fotografa uno spazio razionale, costante ed omogeneo, apoteosi di geometrie euclidee, concrezioni da manuale quattrocentesco di griglie di raggi intersecati. I tedeschi dicono che la prospettiva è la forma simbolica della Modernità, la maniera di rappresentare lo spazio – e quindi il mondo, e la collocazione dell’uomo all’interno di esso –  più rappresentativa della cultura e della mentalità di quest’epoca storica. Franco Monari, Memorabilia, 2008  (2)Le architetture post-industriali fotografate da Monari  dimostrano come la fabbrica possa essere considerata l’architettura più emblematica della Modernità, sia a livello ideologico, in quanto matrice di progresso, produzione, potere come segregazione, sia a livello visivo, per le sue prospettive infinite.

[Post]INDUSTRIAL è lo specchio della visione del mondo moderna, una visione totalizzante, economica, politica, simbolica, da cui discende la contemporaneità. Ma,soprattutto, [Post]INDUSTRIAL è l’emblema della fine di quella visione. Oltre al confine ci sono cose sconosciute, che cui stiamo facendo esperienza ma che non sappiamo ancora nominare con esattezza.

Franco Monari, Memorabilia


Testo critico e curatela per la mostra [Post]INDUSTRIAL, di Cecilia De Bassa e Franco Monari, inaugurazione 16 febbraio 2013 presso Cayce’s Lab, pubblicato sulla fanzine cartacea autoprodotta Unknown Pleasures, numero zero, grafiche Francesca De Paolis.


Fanzine Unknown Pleasures numero zero, Post-industrial, grafiche Francesca de Paolis Fanzine Unknown Pleasures numero zero, Post-industrial, grafiche Francesca de Paolis 2Fanzine Unknown Pleasures numero zero, Post-industrial, grafiche Francesca de Paolis 3 Fanzine Unknown Pleasures numero zero, Post-industrial, grafiche Francesca de Paolis, 4


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