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MAGNIFICO DELIRIO ___ Tematiche queer, magia nera, divismo, malattia mentale e suicidio nella poetica di Donatella Rettore


atrax morgue zohra + omar kuro, Kilowattore 8 dicembre 1999Una volta, tanti anni fa, eravamo a casa di Atrax Morgue, il nostro inarrivabile, iper-raffinato, mai abbastanza compianto re della tanatologia applicata al power electronics, quando ad un tratto, in mezzo a Death in June, Whitehouse ed Andi Sex Gang, lui ha messo su un disco e ha fatto un nome a cui non volevamo credere. Alle nostre proteste, Atrax ci ha rassicurato che sarebbe bastata un po’ di conoscenza per capire ed apprezzare. “Dicono che sia commerciale, che ammicchi al sistema televisivo. Ma in realtà loro non la capiscono, perché lei è… un delirio.” Abbiamo preso il disco e l’abbiamo guardato. Abbiamo visto un viso con trucco da Siouxsie and the Banshees, con un caleidoscopio prismatico nelle iridi, delle labbra rosso sangue e dei denti aguzzi, da vampiro, leonessa o rettiliano, in ogni caso da predatore. Il titolo era regale e pauroso, MAGNIFICO DELIRIO, e l’insieme era molto kitsch, iconico e pieno di significati. Donatella Rettore, Magnifico Delirio, 1980 A quanto suggeriscono i dittici trovati in rete, questa copertina è stata copiata da Lady Gaga in persona. Non stentiamo a crederlo, e rilanciamo pensando che, rispetto a Lady Gaga, Donatella Rettore sia molto meglio.rettore-lady gagaIn questo articolo tratteremo dell’immaginario su cui si basano i testi di Donatella Rettore, soprattutto (ma non solo) in relazione a quattro dischi in particolare, Brivido Divino, Magnifico Delirio, Estasi Clamorosa, Kamikaze Rock’n’Roll Suicide. Possiamo farci un’idea di quest’universo poetico anche solo attraverso i titoli stessi dei dischi. È innanzitutto un immaginario camp, come si può desumere dagli aggettivi “divino”, “magnifico”, “clamoroso”. Ma quest’idea di sfarzo, splendore e luccicanza viene posta in accostamento con sostantivi che rimandano ad un’idea di pericolo, di deragliamento e di perdita del controllo. Il brivido può essere di piacere, ma soprattutto di terrore. Il delirio denota la perdita di identità nella follia e, come dicono i francesi, è profondamente connesso con il desiderio, funziona allo stesso modo, in flussi e concatenamenti. L’estasi è una pratica mistica, uscire fuori dal corpo per fondersi con la totalità. Può essere indotta dai picchi di dolore della tortura, dall’orgasmo sessuale, da sostanze psicotrope o da esclusivi esercizi di devozione, ed è sempre un’esperienza estrema. Le phénomène de l’extase Brassaï (1932)Per quanto riguarda poi Kamikaze Rock’ n’ Roll Suicide, questo disco rappresenta l’incredibile prova di un concept album sul suicidio fatto da una cantante pop in vetta alle classifiche italiane degli anni Ottanta (forse è proprio la decade in questione che lo rende possibile). Al di là del tabù del suicidio, le tematiche affrontate dalla Rettore sono sempre liminali, come la malattia mentale e le ossessioni, il sesso, il sadomasochismo e le parafilie, la magia nera, la fenomenologia del divismo, le modificazioni corporali consentite dalla chirurgia estetica, fra cui rientra anche il tema della transessualità, che si collega a sua volta al grande universo queer.Rettore, Estasi Clamorosa, 1981

La prima canzone del quadrivio di album che abbiamo scelto è incentrata su quello che la Rettore vuole diventare, una diva. Da questo punto in poi intrecceremo la scansione delle liriche rettoriane con la divisione nelle grandi macro-tematiche devianti che emergono dai suoi testi.


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Il divismo è una tematica deviante in quanto la condizione della diva è eccezionale, completamente altra rispetto al rettorepiano della normalità. BRIVIDO (1979) racconta dei segni del divismo, come “gli occhiali neri”, “i capelli strani”, da tagliare e ritagliare cambiando in continuazione immagine, la “pelle di pietra da brivido” ovvero il corpo di marmo da scolpire e l’ossessione per la perfezione dell’incarnato. Da questi segni emerge quindi un’idea di mistero, singolarità, metamorfosi e, soprattutto, di autopoiesi. La diva deve auto-generarsi. In questo pezzo la tematica del divismo viene vista in relazione al coraggio e alla paura, all’ansia da prestazione, alla paura del palcoscenico e alla padronanza perfetta di queste fobie, perché “il coraggio è fatto solo di paura”. L’ eccentricità diventa come una maschera che protegge, una corazza, il taglio di capelli strano è “l’elmo con cui vivo più sicura”.Rettore_5

In DIVINO DIVINA (1979), la diva, come Eos la dea dell’aurora, sorge tutte le mattine, e si manifesta a chi la guarda. Dal momento che la sua esistenza è possibile solo a partire dallo specchio costituito dagli occhi dei suoi spettatori, la sua gestualità e la sua mimica devono catalizzare l’attenzione “Divinamente chiudo le mie ciglia – Come una luna gialla che sbadiglia”. Il divismo è un’arte difficile, che spesso necessita di additivi che lo rendano sopportabile: “Infine bevo radioattività – Che prima o poi il cervello ucciderà

Esattamente come le prime dive del cinema muto dovevano possedere l’attributo della fotogenia, ovvero, letteralmente, la capacità di generare luce, allo stesso modo la diva di Rettore deve avere intorno una luminosità da aureola, di cui parla in BRILLA (1979). L’effetto aureola è un’impressione psicologica che sprigionano le persone molto carismatiche, qualcosa che colpisce ed attira, una qualità ipnotica, qualcosa che va molto al di là dell’avvenenza fisica: “Da allora la mia testa brilla (…) E allora brilla, brilla, brilla – fra tutte la mia testa è proprio quella. – Brilla brilla, nessuno mai direbbe la più bella. – Brilla brilla.Meister_von_San_Vitale_in_Ravenna_008audrey-hepburn-breakfast-at-tiffanysGli occhiali sono l’accessorio per eccellenza della diva, in BRIVIDO sono sia scuri che con le lenti gialle, à la Paura e Delirio a Las Vegas. Gli occhiali vengono menzionati anche in DIVA (1981), in cui vengono usati come schermo per nascondere qualcosa, un mistero impenetrabile, ciò che viene inseguito dai paparazzi che vanno a caccia “di foto rubate per una copertina”. In questa canzone, della diva si dice “male”, perché lei è “sicura, bella, forte, inespressiva”, perché “ha un nome solo, delizia volitiva”, un nome che suggerisce promesse paradisiache. Inoltre è artefatta, inautentica, sofisticata, “un trionfo scandaloso della posa” che “non piange, non soffre, non si sposa”. La diva non deve provare nessun tipo di sentimento, essere una mangia-uomini, stare maestosamente “sdraiata sopra un filo di tensione”. Quindi, forza, bellezza, imperturbabilità cool, volontà. E infine c’è l’esortazione al martirio sacrificale che consacra gli idoli supremi, come Marilyn, Janis Joplin ed Amy Winehouse: “E voi, fate giustizia. Ammazzatemi la diva!!”.marilyn monroeAnche METEORA (1981) riguarda il divismo e soprattutto la sua natura transeunte. La diva può avere varie forme di solidità ontologica, può identificarsi con chi occupa la posizione stabile garantita da un genitore divino, quella della “figlia di Giunone”, può essere come “la bianca luna” che splende ad intermittenza ma rimane sempre nel cielo, oppure rivelarsi “solo un’illusione”. Quindi un corpo celeste permanente nello spazio celeste, oppure “una striscia – che taglia l’orizzonte – solo un goccio di vita – nella volta lucente.” Le donne famose possono essere chiamate dive, oppure star, stelle. Stelle viene da sidera, la stessa radice di desiderio, perché indica qualcosa di lontano ed inafferrabile. Un altro segno di distinzione della diva è il colore dei capelli “Io sono bionda – come mi vuole la storia – io sono bionda – come ha predetto il saggio.” Donatella-RettoreUno degli ultimi pezzi sul divismo è DEA (1986), in cui si inizia a percepire il proprio declino e la stanchezza della routine: “Un anno di spettacolo – turbata da un applauso – pianissimo il sipario sale su”. E’ il momento in cui bisogna difendere l’autenticità della propria maschera, spiegando che “il trucco non è un falso”, e prendere atto del fatto che si porta “un nome stretto al polso” come l’etichetta su un prodotto in vendita. I versi “E replica su replica – avrò una faccia attonita che a me non rassomiglia più” raccontano l’alienazione, ovvero il senso di estraneità rispetto al proprio personaggio, e il momento dei dubbi, in cui la diva si chiede se il pubblico la preferisca “più morbida, più languida”, e in cui deve lottare contro il panico per lasciare “andare la malinconia”. E, nonostante tutto, Dea ribadisce la fascinazione per questo piano di realtà, di cui non si può più fare a meno: “Un abito di luna – la terra si allontana – si parte per lo spazio – propellente frenesia- un modo che dicono sia – la mutazione di una donna in dea.”

 Alexander McQueen, Fall 2007, collezione ispirata alla luna2 Alexander McQueen, Fall 2007, collezione ispirata alla lunaIl distacco definitivo dal mondo delle stelle verrà sancito con ZAN ZAN ZAN (1989), “Con l’antenna parabolica – ora vivo anch’io in un eremo – coi telegiornali svizzeri – che spiano il mondo intero – e una rinuncia a piangere – senza sesso amore e uomini – ma per dirla onestamente, sì, vivo molto meglio qui” La diva si ritira in una torre iper-tecnologica, in cui grazie ai dispositivi elettronici può guardare il mondo senza lo stress di essere vista. “Qui si ascolta solo America – con i suoi scudi stellari (…) Nella confusione di quest’epoca – rischio che mi prendano per sovietica – ma cattiva cronica non lo sono più – sono ahimè romantica – è una schiavitù” La diva ricomincia quindi a provare sentimenti, e ritorna ad essere umana, in balia del mondo che cambia. “Noi che siamo ancora giovani – viviamo già di allori – fuggire è molto semplice – piuttosto che sarà di noi.” Dopo aver fatto il bilancio delle sue battaglie, la diva preferisce un nobile ritiro, una sparizione che però non la mette al riparo dalla propria rabbia.


LA CONDIZIONE DELL’ARTISTA

david bowie ashes to ashes

donatella rettore3Il suo ampio vestito trapunto di spine – Il cappello di un mago fatto di marzapane – Vedi il viso imbiancato di farina e silenzio”: IL MIMO (1979) racconta la storia di un clown triste, un pierrot che ricorda il David Bowie di Ashes to Ashes (1980). Bowie, con i suoi capelli di platino scolpito, il trasformismo e l’androginia, è sempre stato un riferimento molto importante per la Rettore, soprattutto dal punto di vista estetico. Il protagonista di questa canzone può essere considerato una metafora dell’artista. La sua storia è dolorosa, parla di abbandono, il mimo è stato “raccolto sulle rive del Nilo”, e il suo vestito è “trapunto di spine” come un cilicio. L’artista è allucinato e pieno di paure: “Il suo occhio cerchiato innocente sinistro – C’era un lago annerito spaventato di bistro”. La paura prospera perché il palco è come una corte, “pieno di trame”, e il pubblico è quasi sempre ostile, “la piazza (è) cattiva”. Il mimo è destinato ad amare persone corrotte, platonicamente, in mezzo alla finta empatia generale: “ognuno dirà poverino, guarda com’è diverso il cammino del mimo”. L’artista è insomma un alieno, difetta nella comunicazione tradizionale, non può venire compreso davvero dalla gente comune, ai cui occhi risulta “muto, assurdo, distratto”, per diventare infine una magra preda per predatori felini “una spina di pesce – per il balzo di un gatto”.

La condizione dell’artista è quella di saper fare una cosa soltanto, e di farla in maniera compulsiva, come viene esemplificato nel pezzo CANTA SEMPRE (1982): “Canta canta canta sempre e mentre canta sbatte gli occhi – canta canta canta sempre, sembra proprio deficiente – canta canta canta sempre, le sa tutte vecchie e nuove – canta canta nello specchio, quello dove fa le prove (…) Mentre sogno di poterti parlare – canto canto io so solo cantare.”

CURIOSA (1981) parla dell’alterità dell’artista e della potenza onnivora del suo sguardo, che tutto sonda e penetra. “Scruto, ascolto, osservo ogni tipo di cosa. (…) Ti mangio con gli occhi e debolezze misuro – Inghiotto, rubo, imparo ogni tipo di cosa” L’artista è isolato da una barriera invisibile, che lo separa dagli altri “Ho fatto tanti buchi nel muro – E ho buttato nel mondo il mio sguardo oscuro”. Questa sua diversità non si vede immediatamente: “Eppure ho un aspetto normale – Parlo, giro e leggo il giornale”. La protagoeroenista della canzone, oltre ad essere curiosa, si definisce anche “bella ed ambiziosa (…) furba e vanitosa”, e queste sono le caratteristiche grazie alle quali avviene la metamorfosi. Il verso precedente viene ripreso dopo essere andato incontro ad una mutazione “Eppure ho un aspetto regale, gioco, vinco e mangio caviale.

La diva e l’artista sono antitetici, uno è un dropout, mentre l’altra è oggetto di venerazione. Ma la diva costituisce lo stadio ulteriore dell’artista, ovvero l’artista che si è imposto agli sguardi della “piazza cattiva”, che l’ha infine consacrato. La maschera della diva, imperturbabile e letale, costituisce una corazza protettiva dell’artista. Lo stadio ultimo di questa metamorfosi, la fusione perfetta delle due maschere, dovrebbe essere l’eroe. EROE (1979) racconta di come non sia possibile fare quest’operazione. La virtù dell’eroe per eccellenza è il coraggio, non tanto il coraggio sociale, quanto quello emotivo e privato. La paura invincibile di EROE è esternare i sentimenti “Io non dico quel che sento e per poco mi spavento – Non sono un eroe, non sono un eroe”. L’eroe rimane quindi solo una figura di perfezione a cui tendere, ma che non si riesce mai ad incarnare del tutto.


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Accanto all’archetipo della diva, alla Rettore piace incarnare quello della strega, che si dedica (o che è vittima) della magia nera. Nelle interviste dell’epoca, visibili nel dvd di Stralunata, la Rettore racconta di essere stata la prima cantante italiana ad aver trasposto il genere horror in musica. A questo proposito c’è la stupenda SALVAMI (1979): “Sento una fitta di odio mortale – Mi piego al dolore – Ma non posso scappare – Ovunque io vada – Mi vuole acciuffare – Perche’ mi detesta – E mi vuole ammazzare.” Questa descrizione di stilettate da punteruolo vudù è una metafora dell’ossessione d’amore, del dolore che può provocare, del desiderio martellante, della consapevolezza della rovina a cui porta la collisione con una personalità magnetica e distruttiva, della propria impotenza da falena attirata dalla fiamma. “Ma già lo so che non serve la mia mezza preghiera – per spegnere – il fuoco della tua messa nera.” Le bambole rappresentano la collezione di prede adoranti dell’incantatore: “C’è chi vive fra bambole bianche e crudeltà – e fra di loro c’è chi il mio nome ha già – ogni suo ago trapassa il mio stomaco e il seno – ride più forte godendo se chiedo pietà.” Il sadismo di questo amante demoniaco troverà espressione in molti altri pezzi rettoriani dedicati alla trattazione dei supplizi erotici.

Caroline-Munro, Dracula A.D. 1972 (dir by Alan Gibson)In BRILLA l’io narrante si propone come inquisitore a caccia di streghe “Ricordati di me – ricordati l’estate – le streghe che ho bruciato, – vicino alla palude. – E di promesse strozzate.”satanic rites of draculaSTREGONERIA (1980) descrive un rituale in cui viene fatta una fattura d’amore, che fa vomitare “una stella di mare” e “quattro lucertole” come in un caso possessione demoniaca, in cui l’anima si spacca e va “fino alle stelle”. Viene messo in scena un festino vudù, con “facce di cera”, un sabba con fuoco e “sangue dal cielo”, in cui la strega invita l’oggetto della sua bramosia a conoscerla, ad odiarla, ad invitarla ad entrare come un vampiro, a farla sua, a odiarla e a mangiarla in un solo boccone. Il tutto finisce con una folle risata da film horror, un ghigno mortale e pazzo “Ah! Ah! Ah! Che comicità… Ridi con l’anima dell’aldilàhammerStesso immaginario da film della Hammer in IL FILO DELLA NOTTE (1981) “Il filo della notte – la coda del demonio – Fuggire dall’aurora – Il filo della notte – La bava della strega.” Insomma, una ridda di creature vampiriche che si accompagnano ai demoni e che fuggono le luci del giorno, soprattutto quelle che le colgono all’uscita dalla discoteca.

Il pezzo SANGUE DEL MIO SANGUE (1982) ha un videoclip con la Rettore e il suo entourage tradizionalmente vestiti da Halloween, ma, considerato nel contesto di giapponismo dell’album Kamikaze Rock ‘n’ Roll Suicide, questa canzone può essere letta anche attraverso il filtro del folklore giapponese. “I vapori dell’alba – fra le gocce d’incenso – e la luna scompare dentro a un fumo denso – così pallida appare, sviene sotto le stelle – ed abbracci di sangue sopra alla sua pelle – torna notte ribalda, quelle gocce d’incenso – agitando le acque del mio ottavo senso” L’ottava ora, corrispondente alle due di notte, nel Giappone delle ere passate era considerata l’ora degli spettri. Le atmosfere ovattate dalla nebbia e i paesaggi lunari di Sangue del mio sangue richiamano alla mente la serie dei Cento aspetti della Luna di Yoshitoshi, e anche le sue Nuove forme dei trentasei fantasmi, dedicate alle creature soprannaturali, così come il sangue si ricollega ai suoi muzan-e, ovvero le stampe di atrocità.

Yoshitoshi_-_100_Aspects_of_the_Moon_-_11La mia bocca si apre – piena d’acqua e saliva – e la fame eterna di un’anima viva – e la lotta, la lotta, non è ancora finita – riapriranno la caccia per quella ferita – e tra l’erba e le tombe senza nomi né date – sentiranno le grida chiare di anime dannate. ” I versi successivi ritornano all’immaginario occidentale, fatto di cacce ai vampiri e castelli gotici infestati dai fantasmi. “Sangue del mio sangue, il mio petto rimpiange – batte piano il mio cuore – e il castello si scioglie con tutte le ore

Tutta la magia nera di cui parla Donatella Rettore è metafora del tormento d’amore, del chiodo fisso. È la “dolcemania”, il pensiero di cui non ci si può liberare.


CHIRURGIA E METAMORFOSIorlan performancecopertina ed artwork di clonazioni, tutti pazzi per rettoreil-simbolismo-esoterico-del serpente

SPLENDIDO SPLENDENTE (1979) è uno dei manifesti di poetica della Rettore. Parla di modificazione corporea come terapia psichica e come forma d’arte, dieci anni in anticipo rispetto alle performance in sala chirurgica dell’artista francese Orlan, e tratta del cambiare identità, dell’avere una “faccia nuova”, grazie ad un intervento sotto l’effetto dell’anestetico, fatto con uno strumento di precisione, crudele e “perfetto”. Si muta forma sotto l’egida dell’animale mutaforma per eccellenza, il serpente, che cambia costantemente pelle. “Ho una pelle trasparente come un uovo di serpente” Si ottiene così un sorriso eterno, sospeso fra la serenità da sarcofago etrusco e l’inquietudine da rictus tetanico. La Rettore descrive l’avvicinarsi del chirurgo con il suo camice immacolato, e lo svenimento in seguito all’anestesia, come “fra le braccia di un amante”. Splendido Splendente si collega alla dissertazione sul divismo, perché la diva è la maestra dei mutamenti. La chirurgia è un metodo di guarigione che porta a risanare l’amor proprio ferito, che porta a dire “io mi amo finalmente”, viene celebrata anche come via per cambiare ciò che fino a pochi decenni fa sembrava immutabile come la morte, ovvero il sesso. “Come sono si vedrà – Uomo o donna senza età – Senza sesso crescerà – Per la vita una splendente vanità”. Ma questo vizio biblico, la vanità, è qualcosa che può trasformarsi in ossessione, portare sull’orlo della follia, là dove si fanno “cerchi con la mente”, ovvero là dove si entra in un loop da cui è difficile uscire, che può infine portare alla trasformazione in un mostro, uno di quei mostri dalle facce tutte uguali, distorte ed orribili. EYES WITHOUT A FACE, (aka LES YEUX SANS VISAGE), Edith Scob, 1960Splendido splendente è un manifesto di identità mutante, da costruire rifacendo la natura. Sulla copertina del singolo Rettore è completamente vestita di bianco, il colore della trasformazione, con fuseaux di lurex lucido, nel video ha anche una parure di strass da reginetta di bellezza.splendidosplendente


CAMP

Nan Goldin, Misty and Jimmy Paulette in a Taxi, NYC, 1991, 30 x 40 inchesFrociarola è una parola di origine siciliana che indica quella donna che ama accompagnarsi ai gay, e la canzone GAIO (1980) rivela l’indole frociarola della Rettore, e la sua estetica camp pazza per l’artificio. La pista su cui Gaio “saltella” è di “plastica rossa”, è lui è come “una donna di plastica bionda” con cui l’io narrante ama bere “acqua e mangiare caviale” e con cui ha un rapporto speciale, anzi, “geniale”. Questo perché ha la sua stessa indole, è gaia, elettrificata, clamorosa come lui. Celebra i suoi strilli supersonici, le mosse capitali, il suo essere costantemente a caccia di sesso, il suo esibizionismo “col pelo d’estate nudo a gennaio” e il suo shift, quando “salta la sponda”. Gaio si dota di “un corpo infernale”, ovvero androgino, con attributi sia maschili che femminili come esige l’iconografia diabolica di matrice cristiana, evidente ad esempio nei tarocchi tradizionali marsigliesi. E per questo motivo lo si ama di più.

il diavolo, tarocchi marsigliesi

La protagonista di GARAGE (1982) è una lesbica butch che fa il meccanico: “Io lavoro giù in garage – non ho certo un bel ménage – con il grasso e con la tuta – sono una donna unta.”, e nel mentre si diletta a cantare: “Qui al garage c’è un bell’eco – e io ci posso anche cantare – c’è chi dice che potrei cambiar mestiere – ma non lo penso, mica è vero – non ho neanche una cultura, sono solo una donna dura.”Hernandez Bros, maggie chascarillo the mechanic, Love and Rockets Hernandez Bros, maggie chascarillo the mechanic, Love and Rockets, 2In GATTIVISSIMA (1992) Rettore racconta di quella che pare essere un’avventura sessuale con un trans, che risolleva una serata da dimenticare. Narra di come saltava “fra i rifiuti – nel vicolo cieco di un nightclub” quando è stata sorpresa dalla visione mozzafiato di una “bionda altissima (…) che aveva gli occhi gialli ed era come me – gattivissima!” Quindi si preparano a fare festa: “C’è un gatto che mi va – se gli faccio un po’ di fusa – è sicuro che ci sta”. Potrebbe forse essere il prospetto di un ménage à trois, ma anche una gattivissima che potrebbe rivelare e condividere i suoi attributi da gatto.

In una delle ultime prove, KONKIGLIA (2005), Rettore proclama “Voglio solo amici froci, un esercito di audaci, non ci lasceremo mai”.donatella rettore, interno di brivido divino, 1979


EXPLICIT LYRICS

BENVENUTO (1980) inizialmente sembra una canzone lamentosa e zuccherosa, in cui l’amato viene salutato come qualcosa di benvenuto nella propria vita. Ma dopo pochi versi si capisce che la parola “benvenuto” è da leggersi spaccata in due, ben-venuto, e che allude all’orgasmo maschile. Tutta la canzone racconta di una frenesia sessuale fatta di continui, insaziabili rapporti, che lasciano tracce spermatiche “negli occhi e nelle mani (…) fra le vesti (…), dentro (…) in gola e nel palato (…) sulla pancia (…) nel sangue.” Insomma, dopo aver ascoltato questa canzone non sarà più possibile vedere il messaggio di accensione di Windows 8 senza sorridere.

kobra, delirio

Il KOBRA (1980) parla di pensieri amorosi ossessivi, di fantasie erotiche (“è un pensiero frequente che diventa indecente – quando vedo te”), dell’elettricità odorosa che l’oggetto dei desideri si lascia dietro (“un vapore che striscia –con la traccia che lascia -dove passi tu”). In questo testo viene decantato l’organo sessuale maschile, “nobile servo che vive in prigione”, penetrante come “una lama”, languido come “un sospiro”, totalizzante come “un impero”, statuario come “un blasone di pietra ed ottone”, ammaliante nelle sue movenze e nei suoi modi: “il kobra si snoda- si gira mi inchioda – mi chiude la bocca -mi stringe mi tocca”.

Del resto Rettore è molto brava a descrivere in maniera poetica anche i genitali femminili, nella loro potenza primordiale e triangolare, precedente alla dittatura glabra del canone pornografico “Sotto il vestito, niente – E invece io ce l’ho – Ho un manto nero e lustro -Di tipo rococò- Gattissima, gattivissima!


SADOMASOCHISMO

vintage spanking, via tuesday-johnson tumblrSe parliamo di sadomasochismo in musica il primo esempio che ci viene in mente sono sicuramente i Velvet Underground, con Venus in Furs. Rettore ha raccolto molto bene questo testimone. LA MIA PIU’ BELLA CANZONE D’AMORE (1979) mette in scena una protagonista che propone all’amante il suo corpo come parco giochi sperimentale in cui fare giochi pericolosi, su cui usare la frusta, su cui passare coltelli affilati ed applicare corde, ma robuste, perché “il mio amore e’ tanto forte – che non la spada e non la frusta – potran cambiarne mai la ragione.” Il corpo sottoposto a supplizi diventa un segno significante con cui dichiarare un amore estremo al proprio carnefice. In realtà alla fine si scopre che la performance erotica raccontata in questa canzone è una forma di autopunizione, di espiazione per un altro amore finito, che viene silenziato con un eccesso di sensazioni, atto a dimenticare, a cancellare. Al carnefice di turno viene richiesta freddezza, viene eccitato nella sua crudeltà sapendo di essere uno dei tanti: “Usa la frusta con amore – e abbi cura di sapere -se qualcun altro l’ha già fatto -tanto non soffro, se non di dolore”. Questo ossimoro, non soffrire se non di dolore, mantiene l’ambiguità sulla tipologia di questo dolore, fisico o psichico. Quindi, sono anafettiva, niente mi può tangere psicologicamente, le uniche sensazioni che provo sono i cortocircuiti dati dal dolore fisico in ambito erotico. Oppure, il mio corpo è resistente come una roccia, sopporto qualsiasi dolore fisico, perché mi distrae da quello emotivo. Si scopre che il carnefice protagonista della canzone è in realtà un fantoccio, e che l’amore romantico della protagonista per l’altro che l’ha lasciata persiste anche nel momento della tortura. “Perche’ davanti agli occhi miei – ci sono solo i suoi – Perche’ se un giorno tornera’ – sul letto trovera’- lenzuola grandi e profumate – fiori di campo e di giardino – Col corpo gli diro’- in ogni istante – io ti amo.

Anche AQUILA NERA (1979) parla di un rapporto masochista, in cui, in un fondale fatto di “cuscini, cipria e raso e cere”, la serva pettina il suo padrone, lo veste e proclama: “Le tue scarpe -avranno lacci d’oro -col mio vestito scuro io -sarò meno di loro”. Alla fine c’è un ribaltamento di ruoli. “Vorrei questi artigli – su un nido solo mio – vorrei una montagna dove – dove comando io (…) L’aquila nera nobile regina – io la tua serva io – la tua assassina.Claude Paradin - Devises Héroïques, 1551.

LEONESSA (1980) racconta di una schiava volontaria “che ci casca volentieri” perché “le va”, diventando un felino in gabbia, dietro a cui vengono sguinzagliati cani. “Sciogli i cani tanto corro più di loro.” In realtà questa è una schiava atipica, che non ha “padroni né collari d’oro”, che dice “scelgo la tua gabbia o la libertà, tutto dipende se mi va.” Come un ostaggio con la sindrome di Stoccolma, questa leonessa si è innamorata del suo domatore. “Così mangiai il suo braccio con voluttà – sovrana della crudeltà – perché mi va.” Incidente circense o blow-job punitivo?

Anche IL GRANCHIO (1980) parla di un amore feroce come un supplizio. “Amo e grido senza voce – per me che voglio ancora questa croce – e mi dibatto dentro e più mi piace – perchè vivo un amore che è feroce.” La dialettica vittima e carnefice viene quindi usata anche per raccontare rapporti disfunzionali, in cui il sadomasochismo, più che fisico, è mentale.

DIVINO DIVINA parla di una relazione soffocante, in cui il partner imprigiona l’io narrante in un ruolo di perfezione immutabile, in cui deve essere disponibile ad ogni suo desiderio e rimanere per sempre una bambina, un’eterna minorenne: “E pretendi che mi piaccia – Che non mi manchi nulla – E scatto appena tu mi dici balla”. L’icona infantile della ballerina sulle punte sembra inerte, ma nell’epilogo si trasforma in un vampiro freddo e calcolatore. “E dolcemente vinco le sue mani – E già lo specchio vive radiazioni – Avidamente prendo il suo calore – Io come neve e ghiaccio – Sotto il sole -Divinamente rubo la sua vita – Come una gazza ladra innamorata – Infine una carezza soffierà – Divina nebbia e radioattivitàrettore1977

Quindi il rapporto narcisistico si rovescia.

In BRILLA lei è la parte dominante e l’uomo a cui è dedicata è la parte sottomessa, per mancanza di sofisticazione. “E tu che innamorato guardi me. – Ma sei soltanto un cane bastonato – che abbassa la sua coda e se ne va, – sei solamente un topo condannato – dai baffi del mio gatto di città.” La luccicanza, il fascino glamour, l’imperativo ad essere brillanti, a brillare, diventa un territorio di conflitto fra i due amanti, su cui combattere per avere la supremazia.  “E tu che cerchi di brillare, – ma il lago delle ombre sembra un mare, – che ammazza la tua luce. – E l’ultimo tuo raggio va a dormire.” Il fascino è un’arma mortale, un dispositivo castrante, fatto di artifici. I vestiti, le collane, il profumo del fiato, i capelli, sono feticci che, visti nel loro complesso, generano la seduzione.Hans Baldung, Phyllis rides Aristotle, 1513

Parafilie e feticismi sono protagonisti anche in LE MANI (1980), che racconta del piacere quasi erotico della cleptomania, del brivido eccitante, del compiacimento della malattia. La protagonista ruba oggetti che non le servono, “rossetti, matite profumi francesi”, con la speranza segreta di finire nelle mani brutali della polizia. Le sue mani si muovono da sole, come velenose mosche tze tze, e la sensazione del brivido cleptomane è impagabile, “meglio dell’oppio il caffè”, generando “energia, incandescente mania”.marnie-1


MALATTIA MENTALE

Lars Von Trier, Melancholia, 2011Alle tematiche della mania e delle malattie mentali la Rettore ha dedicato svariate canzoni, e in un’intervista degli anni Ottanta (visibile nel dvd di Stralunata) ha dichiarato di essere predisposta alle malattie nervose. DELIRIO (1980) racconta di “ignobili crisi” e follia. Esprime un oscuro richiamo, una vocazione maudit: “Torbidamente guidata – dalla mia vita dannata, vado in delirio lontano da lui.” Il delirio è una condizione cosmica che va “da Giove a Sirio”, ed è una deriva. Nel testo c’è una presa di posizione orgogliosa che proclama il proprio squilibrio, la propria debolezza e fragilità psicologica, ma nello stesso tempo declina ogni tipo di pietà: “Ti ripeto che non ho bisogno di – carezze, né di voci suadenti (o musiche dolci) per cullare i deliri – ti ripeto che non ho bisogno di sorrisi.” Il delirio è spesso una conseguenza della grande passione, dell’eccesso di sensibilità, della delusione nei rapporti emotivi. “Dipinta d’argento e di grandi passioni – scavo nei pensieri e mi ritrovo tentazioni -e lamenti e respiri freddi come tifoni, – mantieni le promesse o ti strappo i tuoi … galloni.

io ho teIO HO TE (1983) accenna a stati dissimulati di depressione ed anoressia. “Ti prometto che mangerò, e che non mi nutrirò solo del tuo viso – e non dormirò per tutto il giorno – ma guarderò cos’è che ho intorno (…) Ti prometto mi muoverò e ti prometto non resterò abbandonata. – E ti penserò solo quando serve.” Questa promessa sembra fatta nel momento di un addio, nell’epilogo di una storia. “Ma lo sai che anche oggi ho dimenticato di mangiare, perché io ho te. Io ho te. Io ho te.” La ripetizione ossessiva di questo possesso marca un senso di perdita con cui non si riesce a scendere a patti.Durer, Melencolia, part., 1514GIU’ DAL NERO CIEL (1985) è una delle canzoni preferite di Donatella Rettore, e parla di depressione, del sopore patologico che cancella i giorni: “Giù dal nero ciel, una colomba cade – come letargia – la vita che di colpo scappa via – e ancora perdere un arcobaleno – vivere un giorno di meno (…) Giù dal nero ciel – anche la luna cede.” Il cielo è nero come la bile nera che genera la malinconia, la “verde ipocondria” che fa “preferire il veleno” degli psicofarmaci e della tristezza che intossica, e contro cui non c’è rimedio.de chirico, 1912DONATELLA (1981) racconta di sdoppiamenti patologici, della pazzia che non riconosce se stessa “Non capisco perché – Tutti quanti continuano -Insistentemente – A chiamarmi Donatella”. L’alienazione ha vinto e bisogna constatare che il proprio io è andato, sparito, esploso: “Donatella è uscita lei a casa non c’è – è scoppiata è sparita non sta più con me! – Donatella era una, non cercarla quaggiù – Se c’è stata è cascata, spappolata nel blu – Donatella c’è stata, ma non chiederlo a me – S’è strippata, suonata, s’è impiccata sul bidet – Donatella è uscita, lei a casa non c’è – Non c’è non c’è non c’è non c’è. Donatella non c’è!”  GIOTTO, disperazione, 1306 Alla pratica di uccidere se stessi Donatella Rettore dedicherà un intero album.


SUICIDIO

Donatella Rettore, Kamikaze Rock 'n' Roll Suicide, 1982Riteniamo che, fra tutti i dischi della Rettore, KAMIKAZE ROCK ‘N’ ROLL SUICIDE (1982) sia l’album più completo e sofisticato, a livello di coerenza poetica, ma anche per quello che riguarda l’immagine, con trucchi e paludamenti New Romantic che non avrebbero sfigurato nemmeno al Blitz Club: cuoio nero lucido, tute e capperettore karakirillini da pilota, capi militari larghi e oversize in stile nipponico-contemporaneo, ceroni bianchi con pennellate multicolor a là Liquid Sky, ditate nere sul viso da meccanico di aerei militari, per non parlare dello stupendo mini-abito blu con i draghi ricamati sul petto e le spalle enormi da armatura samurai del video di Karakiri. Anche i video televisivi delle canzoni, nonostante l’ingenuità di alcune inquadrature sbagliate, nonostante la fotografia cadaverica e grigiastra della tv degli anni Ottanta, sono curati e coerenti, con immote geishe, coreografie da guerrieri wu-shu, risciò gotici, bandiere giapponesi, e il teschio Timoteo Yamamoto che compare qua e là in veste di mascotte. rettore2 La canzone che dà il titolo a questo disco cita il finale di The Rise and the Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars di David Bowie, ovvero Rock ‘n’ Roll Suicide. Aggiunge il riferimento al Giappone, con i piloti kamikaze della Seconda Guerra Mondiale, che si andavano a schiantare con i loro aerei sulle navi da guerra americane, sacrificandosi per l’Impero del Sol Levante: “Il suo bersaglio non sbaglia mai”. Il tutto è “concepito nella pancia di un samurai”, prefigurando il pezzo seguente, KARAKIRI, riferito al suicidio rituale dei guerrieri sconfitti che, per seguire il bushido, la via del guerriero, dovevano sacrificare la vita all’onore. “Per Budda o per Bushido – O vincere o morire – Per tutte le mie ossa – O vincere o morire – Per i vulcani spenti – O vincere o morire.” Questo guerriero, prima di suicidarsi, si guarda intorno e vede che “i peschi sonoyato tamotsu-mishima, 1960, gelatin silver print in fiore”, che le facce dei suoi assistenti sono immote come la pietra e che il kaishakunin, il servo preposto al kaishaku, la decapitazione successiva all’eviscerazione, lo sta guardando fisso.  Il difficile compito del kaishakunin sarà quello di decollare il samurai suicida, impedendo però la completa separazione della testa dal corpo, che sarebbe fonte di disonore. Il guerriero racconta delle impressioni dell’attimo prima di uccidersi, quando “la mano trema”, tutto sembra immobile, e il mondo beffardo mostra ancora la sua bellezza, con gli alberi in fiore.

OBLIO racconta dell’attimo immediatamente successivo, quello in cui la coscienza si inchina di fronte all’arrivo della morte, che è come un potente tuono che divide il cielo. “Oblio… Guarda io vivo nell’oblio. – Il lampo che squarcia il cielo; – là dentro ci vivo io; – nel tuono che tremare fa… – l’oblio.” L’oblio è la dimenticanza, la cancellazione definitiva nel momento del trapasso di tutti gli infiniti dati che ci sono nella nostra memoria. L’io si sdoppia, viene risucchiato verso l’esterno, si oppone a questo moto, ritorna, ma infine cede ed inizia a svanire: “Oblio. – Io mi distacco dal corpo mio. – Mi perdo e mi ritrovo, – sì, sono io, – abbandonato nell’oblio.”

SAYONARA racconta dell’etica del guerriero, della sua aggressività, del suo coltivare l’odio e la prudenza, e della sua facoltà di fare il vuoto nella testa al momento dell’attacco. “Mi eccita la sfida e l’alleanza – e nell’attacco la mia testa è vuota – io mi stordisco d’odio e di prudenza – e non ho memorie di sapienza – Io vivo di conquiste e di battaglie – mia moglie intanto lucida medaglie.” Tutte caratteristiche che possono essere necessarie anche ad un personaggio pubblico, ad una diva che deve far fronte ad un ambiente altamente competitivo, in cui, come in guerra, solo i più forti sopravvivono. Sayonara racconta della presa di coscienza di sé e della propria gloria nel momento che precede la battaglia definitiva, quella in cui si soccomberà.rettore kamikaze

Poi viene il turno della grandiosa LAMETTE. Fatua e folle, forse racconta di un suicidio finto in stile cry for help, tentato durante una “bieca notte da falene”, in cui si può provare a lanciarsi sulla fiamma per vedere l’effetto che fa. “Ballo già da sola e disegno nell’aria – certo ho un po’ peccato, ma che goduria – mi gioco tutto con candore e furia”. La lametta taglia “come una canaglia (…) da destra verso il centro zac! Dall’alto verso il basso zip!”, il sangue gocciola facendo “ploploploploploploplo”, spargendosi ovunque in una gran “poltiglia”, un disastro che qualcuno troverà e dovrà ripulire. “Che gusto, che innesto!” Poi passano ventinove anni, e nell’album Caduta massi (2011), Rettore canta: “Se morirò – morirò veramente – farò un salto mortale – e non sentirò male – se morirò – morirò per protesta – morirò e poi basta.

Donatella Rettore, Caduta Massi, 2011

Tutte queste tematiche oscure o destabilizzanti sono sempre state trattate con uno stile poetico leggero, pieno di spirito, allusivo. Mia Martini, in una sua intervista, ha elogiato il modo di scrivere della Rettore, definendolo “all’avanguardia, divertente e molto ritmico” Non c’è volgarità quando si parla di sesso. La patologia, la sofferenza psichica, il suicidio sono presentati in veste pop, quasi frivola, creando, a livello subliminale, una potente dissonanza, che, in qualche modo, accentua la natura tenebrosa dei temi trattati. Per questi motivi abbiamo amato alla follia Donatella Rettore. E per questi motivi dedichiamo questo pezzo a Marco, che, in un altro mondo, quasi vent’anni fa, ce l’ha fatta conoscere.atrax morgue, zohra2


Bibliografia e Discografia

http://it.wikipedia.org/wiki/Donatella_Rettore

BRIVIDO DIVINO, 1979, Lato A : Brivido – 4:16.Salvami – 4:33. Il mimo – 3:38, Splendido splendente Lato B, Eroe – 3:12, L’aquila nera – 3:45, La mia più bella canzone d’amore , Divino divina – 4:45, Brilla – 4:11

MAGNIFICO DELIRIO, 1980, Lato A, Delirio – 3:44, Gaio – 3:17, Benvenuto – 4:13, Kobra -3:27, Stregoneria – 4:01, Lato B, Leonessa – 3:42, Magnifica – 3:43, Le mani – 4:09, Il granchio – 3:54

ESTASI CLAMOROSA, 1981, Lato A Diva – 4:08, Curiosa – 3:06, Mamma – 3:37, Estasi – 3:48, Donatella – 3:12, Gotta go (Gola giù-liva) – 3:03, Lato B, Meteora – 3:43, Il filo della notte – 3:05, Clamoroso – 2:51, Verrò – 3:07, Remember – 4:10

KAMIKAZE ROCK ‘N’ ROLL SUICIDE, 1982, Lato A, Kamikaze Rock ‘n’ Roll Suicide – 3:48, Karakiri – 4:02, Oblio – 5:17, Sayonara – 3:16, Lato B Lamette, – 2:48, Garage – 2:53, Sangue del mio sangue – 4:22, Canta sempre – 3:23, Giulietta – 1:48

Io ho te è tratta dall’album Far West, 1983

Giù dal nero ciel è tratta dall’album Danceteria, 1985

Zan Zan Zan è tratta dall’album Ossigenata, 1989

Gattivissima è tratta dall’album Son Rettore e canto, 1992

Konkiglia è tratta dall’album Figurine, 2005

La raccolta Stralunata, che comprende anche un DVD, è del 2008


 

 

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