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ARE YOU EXPERIENCED?___ Paradossi della comunicazione, regole sociali e strategie del desiderio nell’analisi di “Alice nel Paese delle Meraviglie” di Lewis Carroll


CamilleRose Garcia, Alice in Wonderland


Off with your head

Dance ’til you’re dead

Heads will roll heads will roll

Heads will roll on the floor

Yeah Yeah Yes


Afflizione, sottomissione, Tabruttine

Le branche dell’Aritmetica secondo la Falsa Tartaruga


Eat me, drink me

This is only a game

Marilyn Manson


Fa la tua deposizione e non essere nervoso, se no ti faccio giustiziare immediatamente.

Regina, Alice In Wonderland


Io posso fare tutto quello che voglio. Anche tu.

Frank, l’uomo-coniglio di Donnie Darko


Forse dirò una banalità, ma Alice in Wonderland è un libro strano. Difficile. Ad un primo approccio irrita e respinge. Poi il suo effetto diventa magnetico. Ti chiama. Qua e là ha delle voragini subliminali molto inquietanti. E, chiaramente, è come un rebus da decifrare. Quindi partiamo dagli elementi principali.

Alice è una bambina particolare, a cui piace fingere di essere due persone contemporaneamente. Per la sua età è colta, petulante, e le capita spesso di parlare da sola. Sa darsi ottimi consigli che non segue mai, e dopo se la prende con se stessa, con dedizione implacabile. Facciamo come che Alice sei tu. Che cosa ti succede?

Vedi il Bianconiglio. Il Bianconiglio è il richiamo per andare nel Paese delle Meraviglie. Perfetto servitore dei potenti (la Duchessa e il Re) con orologio e panciotto, la prima cosa che Alice gli sente bofonchiare è  “E’ tardi, è tardi!!” Il tempo è un’ossessione borghese, ma forse, ancora prima che borghese, civile. La civiltà nasce quando l’uomo inizia a coltivare i campi, e per coltivare i campi deve sapere misurare il tempo. Il tempo è fondamentale per gestire i rituali delle società complesse. Ora come ora, il mondo gira secondo ritmi frenetici, ma portare i segni del tempo sul corpo è tabù. Il tempo tornerà alla ribalta nella vicenda del Tè dei Matti, in cui la Lepre Marzolina e il Cappellaio Matto cercano di oliare un orologio con il burro, e poi lo tuffano nel tè come se fosse un biscottino. “Credo che se tu conoscessi il tempo come lo conosco io, non diresti esso, ma diresti egli.” , dice il Cappellaio. E poi ancora ”Ti basterebbe essere in buoni rapporti con l’orologio per ottenere da lui tutto quello che vuoi”. Nonostante tutti i tentativi umani di imbrigliarlo, il Cappellaio sa benissimo che il tempo è quanto di più lontano da un’oggettività misurabile. Prima ancora di Virginia Woolf e Marcel Proust.

Se Alice in Wonderland è un romanzo di formazione, una metafora delle tappe che segnano l’uscita dall’infanzia e l’iniziazione alla vita adulta, la caduta nel buco del Coniglio segna l’entrata nel mondo dell’esperienza.

tREVOR bROWN, aLICEChe cosa vede, Alice, sul limitare della soglia, ovvero durante la caduta nel buco? Cartine geografiche, che assieme al tempo evocato dal Bianconiglio danno l’altra coordinata a priori del mondo, ovvero lo spazio. E poi cose allettanti, come la marmellata d’arance. Cose da desiderare.

Poi Alice vede una serie di porte, tutte chiuse, e una chiave d’oro, che però è fuori misura per aprire le porte. Le porte sono tutte troppo grandi, come grandi e indefiniti sono i sogni dell’infanzia. Bisogna trovare una porta alla propria portata.

Alice vede che dietro la sua porta c’è un giardino bellissimo, e desidera ardentemente andarci, ma non può, perché il passaggio è troppo stretto. Il desiderio è il motore che spinge all’azione. Ma la facoltà di poter agire non è immediata. All’inizio passa la testa, ovvero l’intenzione, ma non il corpo, cioè la realtà fisica.

Per realizzare il desiderio il primo passo è quello più semplice, cedere alle tentazioni, fare quello che è facile fare, quello che ci viene suggerito. Quando vede la bottiglia con la scritta Bevimi, Alice pensa al veleno, a tutti “quei bambini che si sono bruciati perché non hanno voluto rispettare le regole che ti hanno fatto imparare i tuoi amici” La pozione inebriante contiene sapori infiniti,  buoni per tutti i palati. La controcultura hippy ha visto nella bottiglietta e nel fungo facili metafore di sostanze psicotrope. In effetti, le cose che alterano le percezioni della propria grandezza sono anche le passioni sensuali, tutti gli impulsi desideranti che portano alla dipendenza, come la brama di denaro oppure lo shopping compulsivo.

A Wonderland ci sono i momenti di vuoto, in cui non succede nulla di straordinario, ed Alice si inalbera per tutta quella normalità e noia. Ma bisogna sapere aspettare.

Ci sono anche gli errori madornali, come dimenticarsi la chiave per entrare nel giardino proprio nel momento in cui si è della misura giusta. I momenti di depressione, in cui nuotare a rana nella pozza delle proprie lacrime.  In questi momenti Alice perde il contatto con il proprio corpo, crescendo fino a non vedersi i piedi.

Katarzyna Widmanska

Per uscirne inizia ad identificarsi ipoteticamente con delle sue amiche, ma nessuna delle identità prese a prestito la soddisfa. Una è carina-pisellina con i boccoli, una è troppo ignorante, l’altra ha pochi giocattoli, tanto che alla fine Alice esclama:” Allora, chi sono io? Prima ditemi questo, e poi se mi va di essere quella persona, risalirò, se no me ne starò quaggiù finchè non sarò qualcun altro”

Un atteggiamento molto teen, quando si cerca che cosa essere, prendendo a prestito idiosincrasie e vezzi dagli amici ed usando gli altri come specchio per verificare la propria identità.

Nella propria piscina di lacrime Alice incontra una serie di animaletti terremotati, e inizia a fare i primi, disastrosi tentativi di comunicazione. Alice è molto brava a dire la cosa sbagliata nel momento sbagliato, parla di gatti coi topi, e dell’abilità venatoria della sua gatta Dinah con gli uccelli. Alice rimane da sola perché sbaglia la scelta degli argomenti, ma tutti quanti sembrano maestri di fraintendimento, ovvero di capire l’otto per il diciotto. Con il Bruco, Alice dirà una filastrocca, che uscirà dalla sua bocca completamente diversa da come avrebbe voluto.

La prima cosa che gli interlocutori di Alice le fanno notare è che si arrabbia troppo facilmente, e che non deve mai perdere le staffe. È la stessa cosa che le dice il Brucaliffo, bizzarro incrocio fra Woody Allen, Gigi Marzullo e un santone orientaleggiante che si esprime in koan.  Di pessimo umore, chiede in modo sprezzante le generalità ad Alice. Le insegna i modi di crescere e rimpicciolirsi, ironizza sul suo sentirsi cambiata. Dopo averlo incontrato, Alice pensa che le creature di Wonderland dovrebbero essere meno suscettibili. Tutto il romanzo riguarda la comunicazione, i suoi paradossi, il controllo dell’ira e le regole sociali.

Alice ha problemi di definizione della propria misura ed identità, che portano a scambi di persona e fraintendimenti, come succede con il piccione convinto che Alice sia un serpente. Molti personaggi mettono in discussione la sua conoscenza, il Brucaliffo, il Cappellaio Matto, il Grifone e la Falsa Tartaruga. Tutte le impostazioni della sua educazione non hanno nessun valore in Wonderland, un po’ come capita a tutti nel Mondo Reale. È inutile che tu faccia notare al Cappellaio di turno che è maleducato fare commenti personali, non ti ascolterà.

Molte situazioni si riferiscono alle strategie del desiderio e agli errori comuni che si commettono nel cercare di realizzarli. Spinta dalla passione del momento, Alice si invaghisce di posti e situazioni, in cui vorrebbe inserirsi. “Devi proprio entrare?”, le chiede la rana imparruccata sulla soglia della casa della Duchessa. La Lepre e il Cappellaio cercano di farle intendere che il loro party esclusivo è al completo, anche se non c’è nessuno. E poi le spiegano che “Vedo ciò che mangio” e “Mangio ciò che vedo” non è affatto la stessa cosa, un po’ come “Mi piace ciò che mi danno” e “Mi danno ciò che mi piace”. Lo Stregatto, invece, il personaggio più anarcoide di tutti gli abitanti di Wonderland, le insegna che per andare via da un posto o una situazione bisogna sapere dove si vuole arrivare.

trevor_brown_lQuando poi Alice riesce a realizzare il suo desiderio più grande, ed entrare nel giardino ameno, scopre che quello in realtà è il campo giochi della Regina, dove si gioca a croquet con ricci e fenicotteri. Una partita difficilissima, convulsa, basata su regole inesistenti, che la può portare da un momento a quell’altro ad un conflitto con l’autorità. Non appena Alice arriva nel posto in cui aveva sempre desiderato di essere, già vuole svignarsela. “Quando gli dei vogliono punirci, avverano i nostri desideri”, ha detto Meryl Streep ne La Mia Africa.

Nel giardino della Regina, ovvero in società, Alice ritrova vecchi personaggi, che qua si comportano in modo diametralmente opposto che nel privato. Il Bianconiglio, autoritario ed aggressivo con i servi della sua casa, a corte è nervoso, sottomesso, e sorride in continuazione. La Duchessa, isterica e violenta nella sua quotidianità, tratta Alice giovialmente come se fosse la sua migliore amica. Lo scambio di battute fra di loro, a prima vista blando, è in realtà velenoso, e rivela tutta l’ipocrisia sociale. Alice è disgustata dalla fisicità della Duchessa, che trova bruttissima, dal suo modo di fare insinuante, dalla sua invadenza. La Duchessa sentenzia che i simili si accompagnano con i simili, dipingendo una società bestiale in cui prevale la logica del branco, che sia di lupi o di pecore. La sua morale sta tutta nel conformismo e nel motto MORS TUA, VITA MEA. La Duchessa è ruffiana ed untuosa, e le piace compiacere il suo interlocutore anche quando dice palesemente il falso. Odia le persone che pensano, e quando Alice rivendica che ha il diritto di pensare, la Duchessa risponde che è “Un diritto simile a quello che hanno i maiali di volare”. Capisce con istinto da animale di corte quando Alice pensa male di lei, senza che apra bocca.

Il rapporto con l’autorità si declina tramite l’apparenza. “Sii ciò che vorresti apparire.”, la sentenza della Duchessa sembra lo slogan di un’agenzia di branding contemporaneo. Nella Quadriglia delle Aragoste, tutti i pesci del mare sono ansiosi di superarsi uno con l’altro.

Il reverendo Lewis Carroll doveva ben sapere che animaletti, giochi e figure di potere piacciono molto ai bambini. E infatti nella scena del Processo figurano tutti gli attori della commedia, le bestiole, il mazzo di carte animate, i Re e le Regine. Il Processo cripta e descrive simbolicamente un’altra dinamica sociale, quella del giudizio, e tutte le sue declinazioni. Pressati dalle figure di potere, gli amici si tradiscono a vicenda, come capita  al Cappellaio e alla Lepre Marzolina. Assistendo al Processo, Alice inizia a crescere, ma le fanno notare che non può farlo lì. Vogliono allontanarla dall’aula, facendo riferimento ad un codicillo, la regola 42, la più importante di tutte. Ma Alice obietta che se è la più importante deve essere la numero uno, e che se la sono inventata sul momento. In questo modo, mostrandone l’inconsistenza e la  contraddittorietà, Alice infrange le regole. Soprattutto quando sbugiarda la natura fasulla di Wonderland, chiamando le cose col proprio nome. “Che me ne importa di voi? Siete solo un mazzo di carte!” questa è la parola magica che rompe il patto dell’artificio e restaura il principio di realtà.

A questo punto, tutti noi abbiamo capito che fra il Mondo Reale e Wonderland non c’è nessuna differenza.

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